Quando difendiamo parti della nostra società, noi difendiamo la libertà di tutta la società, ha detto Ursula von der Leyen annunciando la resa dei conti con i governi di Ungheria e Polonia. È un modo semplice, e non retorico, per contraddire l’idea, piuttosto diffusa, che occupandosi troppo delle cosiddette minoranze si perderebbero di vista gli umori, gli orientamenti e le necessità delle cosiddette maggioranze.

È sempre nel nome di presunte maggioranze (i sovranisti le chiamano “popolo”, arbitrariamente) che si stringono i bulloni dell’intolleranza: salvo poi accorgersi – anche chi si sentiva al riparo – che la stretta riguarda tutti, preme sui muri di ogni casa, leva spazio e respiro ad ogni vita.

L’intolleranza non è un metodo selettivo, è una maniera di guardare tutte le persone, ogni persona, come potenziale fonte di seccature, disordine, estraneità. Se ci si è preoccupati tanto, e altrettanto indignati, per il pestaggio dei carcerati, nonostante i carcerati siano, tipicamente, minoranza, non è per pietismo.

È perché in quelle pratiche brutali, in quel bullismo intimidatorio, abbiamo riconosciuto lo Stato sbirro, traditore dello Stato di diritto: e lo Stato sbirro riguarda tutti, è un problema di tutti. Ogni grande comunità è una somma di minoranze.

Il giustamente celebre sermone del pastore luterano Niemoeller, internato deli nazisti a Dachau, lo spiegò una volta per sempre: Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi erano antipatici. Poi gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi Poi i comunisti, e non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Riflessioni di Michele Serra pubblicate sul quotidiano La Repubblica del 8 luglio 2021, pag.24