Pray Away racconta la storia degli “ex gay” della Exodus, oggi pentiti per quanto dolore provocato negli anni. Mentivano a sè stessi e agli altri, alimentando un terrore quotidiano.

Non solo Ryan Murphy, produttore esecutivo. Dietro Pray Away, documentario da ieri su Netflix, c’è la Blumhouse di Jason Blum, da un decennio re dell’horror a stelle e strisce, padre di saghe come Paranormal Activity, The Purge e Insidious. Eppure in Pray Away non si vede una goccia di sangue, un assassino, non ci sono maschere orrorifiche nè fantasmi, ma il terrore è continuo, pressante, raccontando l’orribile realtà delle cosiddette terapie riparative, ancora oggi praticate in buona parte del mondo.

Nel 1976 cinque uomini della chiesa evangelica combattuti riguardo alla propria omosessualità formarono un gruppo di studi biblici per cercare di lasciarsi alle spalle “lo stile di vita gay”. Dopo aver ricevuto in poco tempo più di 25.000 lettere di richiesta di aiuto lanciarono Exodus International, la maggiore e più controversa organizzazione di terapia di conversione al mondo. Dopo aver rovinato la vita a migliaia di ragazzi e ragazze per decenni, Exodus ha chiuso ufficialmente nel 2013, chiedendo scusa per il male provocato. Pray Away ricostruisce la storia di Exodus dando la parola a chi l’ha guidata, fondata. Ex presidenti, ex terapisti, ex volti di questa ‘Chiesa’ che negli anni ’70 e ’80 imperversava in tutte le tv d’America, come John Paulk, oggi 58enne e all’epoca l’”ex gay” più famoso del mondo. Paulk sposò un’ex lesbica, ebbe due figli. Per 10 anni sono stati l’immagine del ‘successo’ di Exodus, perché dimostrava a tutti che chiunque, se solo l’avesse voluto, avrebbe potuto cancellare il demone dell’omosessualità, abbracciando l’eterosessualità. John, oggi felicemente fidanzato con un uomo, è stato cacciato dalla Chiesa perché venne paparazzato mentre usciva da un locale gay. Disse che era entrato solo per andare in bagno. Nel 2013 ha ufficialmente chiesto scusa alla comunità LGBT, ammettendo di aver mentito per decenni. A sè stesso e agli altri.

Il documentario diretto da Kristine Stolakis raccoglie testimonianze continue di chi in quegli anni credeva i gay potessero essere ‘salvati’, pensando di ‘fare la volontà di Dio’. Immagini di repertorio, VHS di conferenze sconvolgenti, in cui è l’indottrinamento a dominare la scena, il lavaggio del cervello a tematica religiosa a cui venivano sottoposte centinaia e centinaia di persone. In Pray Away non si vedono esorcismi, abusi fisici, scariche elettriche. Nulla di tutto questo. Perché le terapie di conversione della Exodus erano ancor più subdole, in quanto legate all’incoscio, con schemi precisi, andando a colpire le famiglie d’origine, i parenti più stretti. Costantemente in tv, tra talk show e spot pubblicitari, sostenevano che la “pratica omosessuale” potesse essere cancellata via con un colpo di spugna, grazie proprio alla preghiera, alla scoperta di Dio.

Decenni dopo, chi proferiva quelle parole le ha oggi rinnegate, con sconcerto, imbarazzo, vergogna (“Io non merito alcun perdono“). In lacrime, incapace di guardarsi le mani, perché sporche di sangue, il sangue di migliaia di ragazzi. Pray Away è non a caso dedicato a tutti quelli che sono sopravvissuti alle terapie di conversione, ma soprattutto a quelli che non ce l’hanno fatta. E sono tanti, tantissimi. Circa 700.000 adolescenti negli USA sono stati sottoposti a simili atrocità. I tentativi di suicidio tra i giovani sottoposti a teorie riparative sono il doppio rispetto ai più fortunati coetanei.

Nel doc Netflix i leader di un tempo di Exodus confessano ciò che oggi come oggi appare ovvio. Nascondevano un segreto, non avendo MAI perso “l’attrazione per lo stesso sesso”. Dopo anni da superstar cristiane in seno alla destra religiosa, molti uomini e donne di questo gruppo si dichiarano ora LGBTQ, Ex-Ex gay, rinnegando il movimento che avevano contribuito a creare. Consapevoli che le scuse servirebbero a poco, se non a niente, hanno deciso di metterci la faccia, per denunciare quanto fatto e quanto ancora oggi autorizzato nella stragrande maggioranza dei Paesi, dove sono state distrutte migliaia di anime, vite.

Pray Away racconta i percorsi drammatici di questi ex leader della terapia di conversione, dei membri attuali e di una superstite, nel contesto dell’ascesa al potere del movimento “ex gay”, dell’influenza che ancora esercita e dei danni profondi che provoca, dell’eredità del male. Nel raccontare l’ascesa e il declino della Exodus, il doc mostra come l’omofobia continui ad alimentare nuovi ‘terapisti’, a cavallo dell’idea che l’omosessualità sia sbagliata agli occhi del Signore. Uno di questi è Jeffrey McCall, “ex persona transgender” fondatore della Freedom March, gruppo di seguaci di Gesù che si dichiarano liberati dalle identità LGBTQ. I suoi dibattiti, portati in strada, disponibili on line ed elargiti al telefono, fanno rabbrividire, per quanto visibilmente pericolosi. Oggi come ieri, come se nel mezzo non ci fossero stati decenni di battaglie sui diritti LGBT, di menzogne scoperchiate, di studi certificati.

Un bimbo ha bisogno di una mamma e di un papà“, sbraita in tv  in una scena “l’ex lesbica” Anne Paulk, demonizzando l’omosessualità. Erano gli anni ’90. In Italia ascoltiamo parole di questo tenore ancora oggi, nelle aule parlamentari. Mentre in edicola arrivano simili ‘libri’, che teorizzano censure e teorie gender ai danni di chi LGBT non è. Un horror tristemente quotidiano, quello vissuto da un’intera comunità, nel 2021 drammaticamente ancora reale.

Federico Boni, 04.08.2021

https://www.gay.it/pray-away-doc-netflix-terapie-conversione-horror-estate-2021