Per secoli la “spiritualità” è stata inglobata dalle religioni, che l’hanno anche vagliata, codificata e, in molti casi, censurata.

Questo storico monopolio religioso dello spirito, o dell’interiorità, è stato talmente invasivo da sottrarre alla “spiritualità” ogni sua autonomia, rendendo quasi impossibile ridefinirla fuori da tale cornice.

Per questa ragione la parola stessa appare oggi come un ambiguo e imbarazzante ostaggio della devozione religiosa (essa stessa al centro di una profonda trasformazione o, addirittura, vistosamente ripudiata) al punto da risultare per molti impronunciabile.

Né vale cercarne un sinonimo che possa sostituirla e che aiuti a riconoscerla come parte fondante della dignità indivisibile dell’umanità.

Fabio Bonafè, Senza perdere la tenerezza. Per una spiritualità critica e attiva, Trapani, Il pozzo di Giacobbe 2021, pag. 9.