“Personalmente, non definirei questo momento come non teista – anche se, in un certo senso, lo è – ma piuttosto come post-teista.  Con ciò voglio esprimere che considero il teismo una forma religiosa specifica, che prevale da qualche millennio, ma che è sicuramente destinata ad essere superata in altri modi di esprimere e vivere la dimensione profonda della realtà, la nostra stessa profondità (che chiamiamo con il termine “spiritualità”).

Per teismo intendo la fede in Dio come un essere separato, che agisce nel mondo e nella vita degli umani.  Si potrebbe dire che la mente umana ha proiettato su questo dio le nostre caratteristiche, il che ha prodotto un’immagine fatta per noi, cioè un dio antropomorfo che ha riempito la vita degli umani per alcuni millenni.

Dalla nostra coscienza attuale, sta diventando chiaro che, per definizione, ciò che chiamiamo “Dio” non può essere qualcosa di pensato o separato. Perché tutto il pensiero non è altro che un costrutto mentale e perché nulla di separato dal reale può esistere.

Sembra che siamo in un momento in cui ogni immagine di Dio così intesa cade, non solo perché è radicalmente dissonante con la coscienza moderna, ma perché la nostra comprensione di noi stessi comincia a cambiare parallelamente (come cercherò di mostrare nella prossima puntata).

Per quanto riguarda il superamento del teismo e l’emergere di una fase post-teista, citerò tre mistici cristiani vissuti diversi secoli fa. Perché è significativo per me che già allora “vedessero” la necessità di superare quell’immagine di Dio, in quei tempi incontrastata.

Contro ogni credenza o immagine di Dio, la beghina Margarita Porete affermava, nel XIII secolo, che “l’unico vero Dio è colui del quale non si può pensare nulla”. Nella nostra lingua: Dio non si può pensare; può solo essere vissuto, perché “Ciò” a cui punta la parola “Dio” è ciò che siamo in profondità. E lo sappiamo, quindi, non pensandoci – trascende la mente – ma perché lo siamo.

Contro ogni idea di separazione e oggettivazione di Dio, il teologo e cardinale Nicolas de Cusa, nel XV secolo, scriveva: “Dio non è un altro del nulla. Dio, in quanto non altro, non è altro che creatura. Niente è altro per il non altro… Dio è tutto in tutte le cose, anche se non è nessuna di esse.  Nella nostra lingua: Dio non è qualcosa (qualcuno) separato, ma “Quello” che, senza essere ridotto a forme, costituisce tuttavia la sua identità più profonda: è ciò che siamo.

Contro ogni assolutizzazione della nostra idea di Dio, nel XIII/XIV secolo, il maestro Eckhart, domenicano e maestro di teologia all’Università di Parigi -come era stato anche il domenicano Tommaso d’Aquino-, distinse tra “Deitas” (Divinità) e “Deus” (Dio). “Deus” è il dio separato che costruisce la mente umana;  La “Deitas” è quella realtà ineffabile che i mistici hanno sempre indicato; il primo è il dio del teismo, quest’altro allude al Mistero ultimo e nucleare di tutto ciò che è reale e di tutti noi.  Il maestro Eckhart era così consapevole delle insidie della fede che arrivò al punto di dire: “Chiedo a Dio di liberarmi da Dio”. Nel nostro linguaggio: il Dio pensato (creduto) ci allontana da “Quello” che costituisce la Pienezza del reale, la Pienezza di ciò che siamo.

In sintesi: figlio del suo tempo e di un livello di coscienza típico del mito in cui è nato, il teismo proiettava fuori, in un essere separato, che chiamava “Dio” e che adornava di tutta una serie di attributi -spesso contraddittori- , “Quello” che percepiva come il più profondo e prezioso, il vero reale, la Pienezza.

Ma “Quello” non è “qualcosa” che un essere separato tiene, ma la Profondità che ci costituisce tutti. Quando lo scopri, tutto è unificato; vivendola, la sperimentiamo e la conosciamo in prima persona.

Questo riconoscimento – contrariamente a quanto tendono ad affermare alcuni critici superficiali – non presuppone un’inflazione dell’io, che divinizzerebbe se stesso – cadendo, secondo quegli stessi critici, nella tentazione biblica del “Sarete come dei” (Gen 3 ,5) -, attribuendo a sé ciò che aveva precedentemente proiettato su Dio. Al contrario, in questa comprensione si rivela l’inganno dell’identificazione con il sé.  Il soggetto della Pienezza di cui parliamo non è mai il sé (o l’ego), ormai gonfio e autosufficiente, ma “Quello” che costituisce la nostra vera identità (transpersonale). Al punto che tale comprensione suppone, in pratica, metaforicamente parlando, il “certificato di morte” dell’ego: ci siamo liberati da ciò che pensavamo di essere, per vivere ciò che siamo realmente. Continuamo a prenderci cura del dispiegarci nel nostro sé particolare, ma senza ridurci o identificarci con esso.

Nel teismo, il nome “Dio” è stato dato a “Quello” che non ha nome, perché non è un oggetto. Trascendendo la mente, apprezziamo che, nella nostra vera identità, siamo proprio Ciò che non può essere nominato, ma che è “più intimo per noi della nostra stessa intimità” (Agustín de Hipona).

“Quello” che siamo -Ciò che è- supera completamente e trabocca le categorie del “personale” e dell’”impersonale”: è al di là di tali etichette o attribuzioni mentali, non importa quanto la nostra mente voglia immaginarlo come un “qualcuno Protettore”. Ciò che siamo è transpersonale.

“Quello” che siamo – Ciò che è – è lo stesso in tutto, si esprime in modi diversi. La realtà non è duale.  Siamo uno con tutto ciò che è. Come scrive Javier Melloni, nel suo ultimo e stimolante libro, “quello che cerchiamo è già dentro e tra di noi. In verità siamo noi, ma rimane Altro finché non lo troviamo… Non si tratta di credere, ma di vedere… Tutto è Qui, ma non riusciamo a vederlo”[3].

A volte mi è stato detto che difendere l’apofatismo significa mettere a tacere Dio. Piuttosto, mi sembra che significhi mettere a tacere le nostre immagini di Dio, il dio costruito e proiettato dalla nostra mente.

Comprendo le riserve all’apofatismo dovute alla paura provocata dal silenzio della mente – che di solito è vissuta come solitudine e anche come vuoto – e dal sentimento di orfanità – e la conseguente perdita di sicurezza – che produce l’abbandono della credenza in un Essere superiore, percepito come “protettore”. Ma non c’è altro modo per evitare il mondo delle proiezioni mentali che costruiscono dei su misura per noi.

Senza dubbio, uno dei tratti più caratteristici e più “apprezzati” del teismo è il fatto che conferisce a Dio un carattere “personale”.  Ma questa è anche la sua più grande debolezza, poiché sembra evidente che tale attribuzione sia una proiezione umana, che ha prodotto un dio antropomorfo: un essere onnipotente, che distribuiva ricompense e castighi, signore assoluto, “dio degli eserciti”, che avrebbe scelto un popolo “speciale” per manifestarsi al mondo (il mito del “popolo eletto”, al di sopra degli altri, in logica consonanza con il carattere etnocentrico del livello di coscienza in cui quell’idea è nata) …, e che ci giudicherà dopo la morte.

Sembrava anche un dio diventato “buono” con il passare del tempo – sospettosamente, parallelamente alla crescita della coscienza etica dell’uomo -: che cosa può esserci in comune tra un dio che “uccide tutti i primogeniti degli egiziani” (Es 12,29) e quello che “è buono con gli ingrati e con i malvagi” (Lc 6,35)? Un dio che “si evolve” in questo modo ci suona oggi del tutto strano e sempre più incomprensibile.

La “personalizzazione” di Dio è stata una grande ricchezza e un pesante limite: la ricchezza è che ha fatto avanzare decisamente il processo di personalizzazione ed etizzazione dell’essere umano -la fede teistica ci ha fatto sentire più “persone”, mentre intensificava la motivazione per un comportamento etico;  il suo limite sta nel fatto che è più difficile superare l’immagine di un dio “personale”, a causa della carica affettiva che tale immagine possiede. Questo stesso contenuto è ciò che spiega la perpetuazione del teismo, per il carattere traumatico della rottura dell’adesione affettiva alla figura di un dio personale che ha configurato l’intera esistenza del credente, dotandola di sicurezza e significato, nonché la sensazione di essere amati: “realtà” troppo preziose per il nostro ego per scartarle facilmente. Senza contare, inoltre, che, finché si mantiene l’identificazione con il sé, Dio può essere percepito solo come un essere ugualmente personale.

Eppure, a mio avviso, le espressioni dei mistici citati indicano, senza dubbio, la necessità di superare anche il teismo.  Ma tale superamento non significa semplicemente sostenere l’ateismo, ma riconoscere come superato un modo di riferirsi al mistero che ci costituisce. Mistero che, dalla mia comprensione, si rivela nella chiave della non-dualità. Ma non saremo in grado di comprendere i limiti insiti nel teismo o ciò che è legato alla non-dualità se non capiamo chi siamo veramente.”

Enrique Martínez Lozano, Mayor (Navarra), 27 giugno 2021.

Tratto dal POST-TEISMO. Un altro paradigma, blog di Paolo Gamberini SJ, 7 agosto 2021

Articolo completo:

https://paologamberinisj.home.blog/2021/08/07/post-teismo-un-altro-paradigma-2/