Il testo sul “Dio emerito” postato da Raniero La Valle su Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, è stato rilanciato, ieri, da Enrico Peyretti sulla sua mailing list, tornando a ravvivare il dibattito sul post-teismo (v. in particolare Adista documenti n. 35/21), argomento oggetto di un nutrito carteggio, fra gli altri, fra Peyretti e Domenico Basile. Il quale ora torna a rivolgersi a Peyretti con la seguente riflessione:

Caro Enrico,

ti ringrazio per la newsletter di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” (Un Dio Emerito) contenente una sintesi del recente convegno di Camaldoli sulla Chiesa al tempo di papa Francesco.  Leggendo i documenti segnalati (Il punto di partenza di Barban, La relazione introduttiva di Menozzi e Le notazioni di Avallone), oltre la sintesi della newsletter, si ricava la netta consapevolezza della crisi profonda che la Chiesa attraversa, divisa tra una impossibile restaurazione preconciliare e una faticosa apertura alla modernità che fu il motivo ispiratore del Concilio. Sembra che la Chiesa stia rincorrendo una modernità che la costringe a rimettere via via in discussione le sue strutture, a partire dalla riforma liturgica fino alle più importanti riforme ecclesiali e dottrinali, conseguenti a nuovi orientamenti teologici.

La curiosa e illuminante immagine di Francois Roustang (Le troisième homme), citata da Enzo Bianchi e riportata da Avallone, permette di focalizzare l’attenzione sul “quarto uomo” di Bianchi, il cristiano del disincanto che vive “etsi ecclesia non daretur” e che, a buon diritto, anticipa il futuro  di questa istituzione, cioè:  “ … Mantiene un vivo amore e un forte legame con Gesù Cristo suo unico Signore, ma Dio è per lui parola ancora troppo confusa con la religione. Un Dio non confessato come incarnato, ma troppo invocato come antropomorfico. E la Chiesa è per lui un mistero che sopravvive alla Chiesa istituzione, verso la quale non sente nessuna attrazione. E neppure le presta ascolto …”

La ragione del disincanto è avvertire, più o meno confusamente, che l’impianto teologico sovrapposto alla figura del Gesù dei Vangeli ha prodotto una idea di Dio sempre più irricevibile dalla sensibilità moderna, per i suoi evidenti caratteri antropomorfici e le arbitrarie attribuzioni teologiche. Il Gesù delle beatitudini e delle parabole che annuncia un Regno di Dio già operante tra gli uomini, contrapposto ai poteri civili e religiosi, costruito da tutti gli uomini di buona volontà, aperto a tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia, etc. viene accolto sempre più come un riferimento che può fare a meno dei miti e dei riti delle tradizioni religiose.

È questo il passaggio drammatico in cui il disincanto verso le realizzazioni storiche delle religioni ha prodotto la messa in discussione delle immagini di Dio da esse proclamate. Non si tratta, come affermato nella newsletter, della  “… nuova moda del post-teismo, dell’età “postreligionale, .. secondo la nuova gnosi che altro non è che il razionalismo ateo della modernità …” . Spiace questo frettoloso giudizio verso i tentativi in corso a livello teologico di esplorare i limiti di immagini di Dio “..umane, troppo umane..”, tanto spesso usate per legittimare il dominio sui popoli e sulle coscienze. Liquidare questi tentativi  come “razionalismo ateo”  attribuisce gratuitamente la qualifica di ateismo a quanti sono alla ricerca di immagini di Dio non assolute e definitive,  essendo pur sempre prodotte dal pensiero umano, ma sufficienti ad orientarsi nel mondo, senza sacrificio dell’intelligenza e senza rinunciare a credere che in queste immagini si possa intuire il senso ultimo dell’essere e del divenire. 

Non è il pensiero scientifico con la teoria dei quanti la nuova gnosi. Non è in nome della scienza o della tecnica che si mette in discussione una teologia troppo disinvolta nel parlare di Dio, della sua struttura, delle sue Persone e Sostanze, delle sue caratteristiche. Questo sì sarebbe razionalismo ateo. Ma è in nome della necessità di purificare il nome di Dio dalle tante incrostazioni con cui è stato appesantito e mistificato, parlandone spesso invano.

Un abbraccio.

Domenico Basile

https://www.adista.it/articolo/67151