LA CACCIATA (Gen 2,4b-3,24)

 

 

 

Testi liberamente tratti da :

-Brueggemann W., Genesi, Torino, Claudiana, 2002;
 

 

v.2,4b- 3,24

 

Dopo le affermazioni di carattere cosmico della precedente lezione questo testo si focalizza sull’essere umano visto come gloria e problema centrale della creazione.

 

Ora va affrontato il problema del destino umano in questo mondo.

 

Il destino dell’essere umano è vivere nel mondo di Dio, non in un mondo che si è fatto da sé. La creatura umana deve vivere con le altre creature di Dio, alcune delle quali sono pericolose, ma che tutte vanno curate e accudite. Il destino della creatura umana è vivere nel mondo di Dio, con le altre creature di Dio, secondo il volere di Dio.

 

Mentre nei capitoli precedenti si tratta della creazione del mondo, il testo che affrontiamo ora tratta della crisi dell’umanità. Non è corretto parlare di un secondo racconto, parallelo della creazione. Semmai questa è una riflessione mirata sulle conseguenze della creazione per il destino dell’umanità.

 

Possiamo dividere il racconto in quattro scene:

 

I La collocazione dell’uomo nel giardino (Gen 2,4-17).

 

II La creazione di un “aiuto” (Gen2,18-25).

 

III Il deteriorarsi del giardino (Gen3,1-7).

 

IV La sentenza e la cacciata (Gen 3,8-14).

 

 

Scena I

 

L’azione si svolge rapidamente dalla creazione di una creatura dalla terra, totalmente dipendente da Dio, alla creazione di un giardino come luogo adatto ad accoglierla e all’identificazione di due alberi.

 

L’albero della vita è un motivo di origine antica ,una metafora di origini mitologiche che nel libro dei Proverbi viene usata per alludere a tutto ciò che giova alla vita e la glorifica.

 

L’albero della conoscenza di cui nulla si sa, che non si trova in nessun altro passo delle scritture. È questo l’albero proibito ma il concetto non viene ulteriormente sviluppato. Il racconto non mostra nessun interesse per la natura dell’albero.

 

I due alberi sono secondari rispetto al concetto principale, e cioè che l’ordine impartito da Dio è qualcosa di estremamente serio.

 

I versetti che riguardano i fiumi sono ritenuti un’interpolazione con significato simbolico: sono il dono della vita capace di superare qualsiasi ostacolo.

 

Ma tutto ciò (creazione dell’uomo/giardino/alberi) è propedeutico ai vv.15;17 che chiariscono il motivo per cui la creatura è posta nel giardino.

 

C’è una vocazione. La creatura umana è tenuta a prendersi cura del giardino e custodirlo. La coppia di verbi “lavorare” e “custodire” evoca l’immagine di un giardiniere o di un pastore. Il lavoro è un valido mezzo per migliorare il giardino. Quindi fin dall’inizio Dio è disposto ad affidare il giardino alla sua creatura prediletta e sin dall’inizio essa è stata chiamata, insignita della vocazione e creduta capace di collaborare all’opera di Dio.

 

C’è un permesso. Il permesso dato all’atto della creazione è per il sostentamento primario, per il cibo.

 

C’è una proibizione. Qui non viene spiegato nulla dell’albero, ciò che conta è la proibizione in sé, l’autorità di colui che parla e il fatto che egli si attenda una obbedienza incondizionata.

 

Questi tre versetti insieme caratterizzano il rapporto dell’uomo con Dio: vocazione, permesso, proibizione. Il compito principale dell’essere umano è trovare un modo per tenere insieme questi tre aspetti del progetto di Dio. Qualunque combinazione di due di essi senza il terzo, comporta un pervertimento della vita. È significativo e ironico che nella interpretazione popolare di questo racconto venga riservata ben poca attenzione al mandato di vocazione o al dono del permesso. La consapevolezza che Dio voleva anche la vocazione e la libertà è andata smarrita. Il Dio del giardino è ricordato per lo più come colui che proibisce!

 

Scena II

 

Viene introdotta una seconda creazione, legata alla prima ma distinta da essa. Innanzitutto Dio si fa promotore di una radicale secolarizzazione. Non intende essere lui l’aiuto dell’uomo. L’”aiuto” di cui l’umanità ha bisogno e che deve avere ,sarà trovato tra i “terrestri”. Che l’aiuto debba essere una creatura e non il creatore, mostra fino a che punto la creazione sia lasciata libera e quanto ci si aspetti da lei.

 

Ma anche fra i “terrestri” non può essere una creatura qualunque l’”aiuto”. Nessuna di quelle esistenti si rivela adatta, deve esserne introdotta una nuova. La buona novella dell’episodio è che il bene dell’uomo esige un nuovo atto creativo. La creazione della donna è altrettanto stupefacente e imprevedibile quanto la precedente creazione dell’uomo. La donna dunque è creazione intenzionale di Dio. Ora le due creature formano una comunità. Il giardino esiste per questa comunità pervasa di solidarietà fiducia e benessere e posta sotto il segno del patto. I due sono una cosa sola! Cioè sono uniti da un patto (vocazione/permesso/proibizione).

 

Scena III

 

Qui tutto ciò che Dio aveva decretato viene invertito. Entra in scena una nuova tematica. Il serpente, strumento che serve a introdurre questa nuova tematica, è stato gravato di perfino troppe interpretazioni. In realtà non ha alcun significato indipendente. E’ uno stratagemma per far progredire il racconto. Non è un simbolo fallico, né satana, né un principio del male, né la morte. E’ un personaggio del dramma. Egli stravolge, inverte le realtà decretate da Dio.

 

a)la proibizione che sembrava un dato di fatto, ora viene interpretata come un’opzione. Il serpente vuole relativizzare la sovranità di Dio. Vuole spingere Eva a eludere le richieste di Dio.

 

b)Dio viene trattato come una terza persona. Questo non è un discorso rivolto a Dio, o fatto con Dio, ma un discorso su Dio. Il serpente è il primo nella Bibbia a risultare informato su Dio e critico nei suoi confronti e a fare della “teologia” anziché attenersi all’obbedienza.

 

c)L’argomento morte era stato menzionato da Dio in Gen 2,17 (“se ne mangerai morirai”), ma non era l’argomento principale. Non era una minaccia, ma una sincera ammissione di un limite posto alla vita. Ma il limite viene ora travisato, diventa una minaccia. Viene trasformato in un’intimidazione che mette tutto in discussione (non morirete affatto! Anzi..) Non Dio ma il serpente ha fatto della morte un problema cruciale per l’umanità(la morte non è vendetta di Dio!).

 

Il serpente travisa grossolanamente l’ordine impartito da Dio in Gen 3,1(“Non dovete mangiare di nessun albero..”) e viene corretto dalla donna (“…no del frutto dell’albero che sta in mezzo non possiamo mangiare”) ma ormai il suo travisamento ha rivelato alla coscienza la possibilità di un’alternativa al progetto di Dio:

 

La logica della fedeltà ha ceduto il passo all’analisi e al calcolo.
 

 

Dio è una barriera da aggirare.
 

 

-La proibizione è stata violata, il permesso è stato travisato, la vocazione è stata ignorata. Non si fa più cenno al fatto che i due custodiscano il giardino, il loro interesse si è avvitato su di sé, sulla propria nuova libertà e sul terrore che ne consegue. Ora la coppia è allo scoperto, ha preso la vita nelle sue mani.
 

 

Quella che era stata una storia di fiducia e obbedienza diventa un resoconto di un delitto e castigo (Cfr. Dostoevskij), in cui la colpa assume vita propria e il suo potere causa distruzione del sé. La morte giunge non per effetto di un’imposizione esterna ma per l’interiore potere della colpa.

 

Così la nudità e il nascondersi manifestano già la potenza della morte ancor prima che il Signore del giardino faccia o dica qualcosa.

 

SCENA IV

 

Essa conduce la trama al suo culmine: l’uomo e la donna hanno voluto conoscere, anziché avere fiducia, e ora conoscono. Conoscono più di quanto volessero conoscere. E ora non c’è scampo o luogo in cui rifugiarsi.

 

a)Il serpente (lo stolto) pensava che quella di Dio fosse una semplice regola, un ordine arbitrario. Invece essa era la saggezza del Giardiniere, il senso del creato, e perciò non poteva essere elusa.

 

b)La scena si trasforma in processo, il Giardiniere si fa inquirente, e l’essere umano è costretto a dare la penosa risposta: ”Ho avuto paura”. La stessa risposta che verrà data da Abramo e da Isacco e da tutti coloro che non riescono ad aver fiducia nella bontà di Dio e a sottomettersi alla sua saggia passione. Le parole della coppia incriminata sono rivelatrici, perché il pronome “io” vi ricorre di continuo: ”Io ho udito… Io ho avuto paura… Io ero nudo… Io mi sono nascosto… Io ne ho mangiato…” (Gen 3,10-13). Sono le loro stesse parole ad accusarli, perché rivelano che a interessarli non sono più il Giardiniere, la vocazione, il permesso, la proibizione. Ora sono tutti assorbiti dall’io. La vita si introverte e si avvita su di sé.

 

c)La sentenza e l’azione conclusiva, però riservano ancora delle sorprese.

 

La colpa è indubbia, la situazione chiara.

 

Sin dal capitolo secondo (v.17) si sapeva che il castigo era la morte.

 

Forse quella di Gen 3,8-19 è una sentenza pesante ma più lieve della punizione che era stata promessa, inferiore a quanto fosse legittimo attendersi. Il fatto sorprendente non è che i due siano puniti, ma che venga loro risparmiata la vita.

 

É vero forse come dice S.Paolo che “per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte” (Rm 5,12) ma resta la buona novella che la vita viene da questo Dio e da Lui solo.

 

La condanna è dunque la vita al di fuori del giardino, la vita piena di conflitti, di dolore ,di fatica. Ma è pur sempre vita. Questo non è un semplice racconto sulla disubbidienza dell’essere umano e la delusione di Dio. É semmai un racconto sullo sforzo che Dio deve compiere per rapportarsi ai fatti della vita umana. Quando i fatti giustificherebbero una condanna a morte, Dio persiste nel volere la vita per le sue creature. L’ultima scena contiene dunque una sorpresa. I maledetti vengono protetti. Colui che mette alla prova è anche colui che alla fine provvede. Essi non sanno come far fronte alla propria vergogna. Ma Dio lo sa, lo vuol fare e lo fa. Essere rivestititi è ricevere la vita.

 

L’intera vicenda va dalla creazione per opera di Dio alla cacciata per opera di Dio. In mezzo vi è il nascondersi dell’umanità e il camminare di Dio. Certo qui si parla del peccato, del male e della morte. Ma se ne parla in modo allegorico. Gli argomenti sono troppo elevati per ridurli a semplici enunciati. Il racconto non intende incoraggiare in noi la speculazione teologica, vuole piuttosto afferrarci nel nostro vissuto, toccarci esistenzialmente, non consentirci una fuga nella teologia.

 

 

RIFLESSIONE

 

Questo racconto è una critica teologica dell’ansia
Qual è la causa prima dell’ansia? Voler dominare tutto con la ragione e la conoscenza, senza accettare la propria vulnerabilità creaturale e senza accettare la sofferenza che ne deriva. Anche Adamo ed Eva sono dominati dal desiderio di essere arbitri del loro destino. Tentano di sfuggire all’ansia, cercando di eludere la realtà di Dio. Sono portati (dal serpente) a vedere in Dio un ostacolo alla loro libertà, pensano che sconfiggere Dio sia la soluzione. Ma il racconto insegna altro. É solo il Creatore, colui che chiama, permette, proibisce, a poter sconfiggere l’ansia che ci pervade.

 

Questo testo ci dice che la causa dell’ansia sta nella mancata accettazione della realtà della nostra vita con Dio. Adamo ed Eva rifiutano questo, si lasciano attrarre da promesse di felicità “altre”, pensano di poter bastare a se stessi. Il nostro errore (come il loro), consiste dunque, nell’andare in cerca di una libertà autonoma, ma una libertà che non ha coscienza dei limiti della vita umana, ci lascia in balia dell’ansia.

 

Nella nostra cultura, i tentativi di risolvere l’ansia si avvalgono in larga misura di strategie psicologiche, economiche, basate sull’evasione. Esse sono destinate al fallimento, perché non affrontano le cause dell’ansia.

 

La nostra vita pubblica si fonda in larga misura sullo sfruttamento della nostra ansia collettiva. Le strategie di mercato del consumismo e i condizionamenti di una società interessata solo ai beni materiali vogliono persuaderci, come il serpente, che esistono altre certezze al di fuori di Dio.

 

Forse questo testo andrebbe accostato in modo particolare alle parole di Gesù sull’ansia “Perciò vi dico non affannatevi di quello che mangerete o berrete(…) la vita non vale forse più del cibo, il corpo più del vestito?(…) E chi di voi per quanto si affanni può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Osservate come crescono i gigli nei campi(…) Ora se Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?(…) Non affannatevi(…) Di tutte queste cose si preoccupano i pagani(…) Il padre vostro celeste sa di cosa avete bisogno(…) Non affannatevi per il domani(…) a ciascun giorno basta la sua pena.” (Mt6,25-33).

 

L’ansia nasce dal dubitare della divina provvidenza, dal rifiutare la sua assistenza, e dalla ricerca di garantirci autonomamente il benessere. Il non affidare a Dio le nostre vite conduce alla morte. Affidargliele è passare dall’”io” autonomo al “Tu” pattuale, dal nostro presunto benessere, alla ricchezza dei doni e dei progetti che Dio ha in serbo per noi. Questo racconto di grande sapienza e saggezza non ritiene che ci siano molte alternative.