GIUSEPPE II

 Testi liberamente tratti da :

-Brueggemann W., Genesi, Torino, Claudiana, 2002;



1) Incontro di Giuseppe coi suoi fratelli   Gen 42,1-44,34

2) Vocazione di Giuseppe Gen 45,1-28

3) Conclusione del ciclo di Giuseppe Gen46,1-50,26

1)    Incontro di Giuseppe coi suoi fratelli

I capitoli(42-44) costituiscono una sorta di pendant ai capitoli 39-41. In 37,6-9 Giuseppe aveva fatto due sogni. Il primo riguardava” l’inchinarsi” dei covoni, il secondo “l’inchinarsi” del sole, luna e stelle. Pareva che entrambi si riferissero al dominio sulla sua famiglia. Ma dopo il capitolo 37 il racconto si sviluppa in due direzioni distinte: i capitoli 39-41 trattano dell’ascesa di Giuseppe nell’impero e del suo dominio sull’Egitto. Parallelamente, i capitoli 42-44 trattano del suo dominio sui fratelli e il padre.I capitoli di cui ora ci occuperemo riguardano dunque più direttamente l’avverarsi del sogno concernente la famiglia.

Il racconto inizia con la carestia che ha colpito Israele. Essa però non è l’argomento principale, ma è l’occasione che permette l’incontro dopo tanti anni, dei membri di questa famiglia, il loro venire a patti gli uni con gli altri, con il passato e con il sogno.

I protagonisti del dramma

a) i fratelli. Questo gruppo indifferenziato è legato, vincolato e irretito dall’atto compiuto inizialmente ai danni di Giuseppe, e dal conseguente inganno ai danni del padre. Sono irretiti dal passato rimosso, ma mai dimenticato, immobilizzati dalla colpa e condizionati dall’ansia. Il senso di colpa ha un potere enorme: “Sì noi fummo colpevoli verso nostro fratello” (42,21). “Come ci giustificheremo? Dio ha trovato l’iniquità dei tuoi servi” (44,16). Essi non sono sufficientemente liberi per aver fede. Sono legati al passato. Di conseguenza sono interamente assorbiti dal pensiero dell’incolumità e del benessere del loro padre e del fratello Beniamino. Essendo stati incapaci di credere al sogno, ora sono costretti a trattare il loro padre come se fosse l’ultima generazione. Non riescono a vedersi come i destinatari della promessa. Sono oppressi dal senso del fato.

Ma il flusso della narrazione procede, incurante dell’ossessione che terrorizza i fratelli. Il sogno del capitolo 37 si fa strada e come un’onda li travolge e li include a loro insaputa. Per tre volte i fratelli recitano inconsapevolmente la parte che era prevista per loro nel sogno e che essi pensavano di aver evitato:

Si inchinarono davanti a lui con la faccia a terra (42,6)

Si inchinarono e gli fecero riverenza (43,28)

Si inchinarono con la faccia a terra davanti a lui (44,14)

Il sogno si sta avverando. Il futuro è all’opera e procede verso la vita. Ma i fratelli non se ne rendono conto. Il loro essere prigionieri del fato impedisce loro di avvertire la presenza e l’azione di Dio. Essi collegano la loro colpa a Dio e in 42,28 esprimono ancor più il loro disperato atteggiamento di mancanza di fede: “Che cos’è mai questo, che Dio ci ha fatto?”. La loro limitata concezione di Dio esige che vi debba essere una risposta punitiva alla loro colpa. Sono incapaci di credere in un Dio della promessa, capace di passar sopra alle loro colpe, di andare oltre la loro falsità. Essi sono costretti perciò a vivere in un mondo in cui non è lecito sperare in qualcosa di nuovo.

b) il padre. L’argomento “dolore” è decisivo per Giacobbe. Prima il dolore terribile per la perdita di Giuseppe. Ora spinto dall’estremo bisogno di viveri, Giacobbe accetta anche che lo si privi dell’amatissimo Beniamino ma, dopo aver impartito gli ordini pratici: “Prendete…le cose più squisite di questo paese…il doppio del denaro…Prendete anche vostro fratello” rivela cosa lo sostiene nella terribile decisione “El Shaddai vi faccia trovare misericordia davanti a quell’uomo” Il padre invoca il nome antico di Dio e spera nella sua misericordia.. Tutto è puntellato su quell’unico nome. Il padre straziato riesce a credere ancora più dei suoi figli. Osa pensare a una nuova possibilità. Nella sua audacia, spezza la spirale sua di dolore, e al tempo stesso quella di tradimento e inganni dei suoi figli. Giacobbe è un’immagine della fede che consente al nuovo di esistere. Egli sa che solo la misericordia può spezzare la spirale del male.

c) Giuseppe. Egli è colui che è creduto morto e invece ha in suo potere la vita.

Giuseppe viene presentato come un duro, astuto e vendicativo. È determinato a restituire ai fratelli un po’ delle sofferenze che loro gli hanno inferto. Non ha scordato nulla; e nulla lascia intendere che egli sia consapevole di una sua vocazione più alta.

Giuseppe non è un uomo alieno dalla passione. Non la prova tuttavia per i fratelli, né per il bene della propria famiglia e neppure per il padre. La sua passione è tutta per Beniamino. Vuole sapere se viva ancora, vuole vederlo. Il desiderio ardentissimo di vederlo lo pone in rotta di collisione con il padre, che non può sopportare di separarsi da lui, con i fratelli che, oppressi dalla colpa sono presi tra due fuochi, il padre ingannato e quel fratello ignoto che potrebbe salvarli dalla carestia.

L’incontro dei due figli di Rachele è un momento commovente (43,29-34). Giuseppe è mosso da una passione a cui non può resistere. È commosso fino alle lacrime. Fa servire Beniamino meglio degli altri, lo benedice. Di fronte a questo ragazzo la sua facciata pubblica di impassibilità si sta incrinando.

Perché Giuseppe prova un sentimento così forte per Beniamino? Forse perché questi sono i figli prediletti, tutto ciò che resta di Rachele. Forse perché a differenza dei fratelli Giuseppe non è totalmente assorbito dal passato. Egli è in grado di pensare al futuro, alla nuova generazione. Nella storia successiva quando i fratelli diverranno tribù: saranno Beniamino e Giuseppe (i suoi figli Efraim e Manasse), a essere il nuovo Israele.

Mentre ci avviciniamo al punto di massima intensità del racconto, tutte queste sfaccettature del dramma famigliare agiscono e interagiscono fra loro:

I fratelli sono ossessionati dal fato, si aspettano da Dio solo un atteggiamento retributivo.

Il padre è oppresso da un dolore inconsolabile, riesce a lasciar partire il suo ultimogenito animato dalla fede ma in parte anche dalla rassegnazione.

Il fratello potente è il freddo esponente di una religiosità formale e tuttavia arde di passione per suo fratello.

Il piccolo Beniamino è come un pegno, un pegno su cui vengono proferite grandi benedizioni.

La sezione termina così, con tutto ancora in sospeso. L’accorato appello di Giuda resta senza risposta. Dobbiamo attendere che l’imperscrutabile piano di Dio si riveli.

2) Vocazione di Giuseppe Gen 45,1-28

In questo capitolo giungiamo alla sostanziale risoluzione dell’intero ciclo di Giuseppe. Tutto ciò che precede tendeva a questo capitolo, e dopo questo capitolo, tutto ciò che segue è secondario.

Nel capitolo la nostra attenzione si incentra sui versetti 1-15. Nel resto del capitolo vengono svolti rispettivamente i temi paralleli dell’impero e della famiglia, che però derivano dalla stupefacente rivelazione dei versetti 1-15. In essa l’intero disegno sotteso agli eventi viene rivelato. Qui il disegno trascende tutti i protagonisti, Giuseppe compreso.

La rivelazione si compone di tre elementi:

a)Nei vv.3-4 colui che era creduto morto e ora è tornato in vita rivela la propria identità. ”Io sono Giuseppe”. La svolta nella vita di questa famiglia è che ora i suoi componenti devono fare i conti con la realtà di un Giuseppe vivo, potente, sovrano. Il terrore e lo sbigottimento dei fratelli (v.3) non è dissimile da quello della chiesa primitiva alla rivelazione che Gesù vive (Mc 16,8). La famiglia si trova improvvisamente catapultata in un nuovo contesto. Il suo mondo è stato irreversibilmente sconvolto.

b) Nei vv.3b-5 vi è un giustapposizione tra un lamento e un oracolo di salvezza. Abbiamo qui prima un’attestazione di angoscia (“erano atterriti”) e poi un’esortazione “non temete”, seguita da una rassicurazione di clemenza. La reazione di Giuseppe non è quella preventivata dai fratelli. In luogo di una reazione conforme al male ricevuto, le sue parole inaugurano qualcosa di nuovo. Qui Giuseppe è descritto come un uomo di grande umanità, profondamente toccato e trasformato dall’incontro coi fratelli. Il vincolo famigliare è profondamente importante per lui, più del successo ottenuto a corte. Egli quindi non può risolvere la crisi della sua famiglia con un atto di sovranità. È necessario un atto di passione israelita, un atto di salvezza. Quando rivela la sua identità infatti non usa il nome egizio ma il nome che gli era stato dato dalla famiglia.

Egli si identifica come Giuseppe,”l’aggiunto” da Dio, il sovrappiù di senso, gioia e speranza accordato a questa famiglia fedele.

Questo punto è cruciale nella fede biblica: il potere di creare il ”nuovo” non può mai venire da un cauto e distaccato sottrarsi, ma solo dal coinvolgimento rischioso, che non esita a esporsi rivelandosi.(Gesù)

c) il narratore pone in bocca a Giuseppe il riconoscimento della sua missione, il senso della sua vocazione.

“Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita” (v.5b)

“Dio mi ha mandato qui prima di voi perché sia conservato di voi unresto” (v. 7)

“Non siete dunque voi che mi avete mandato qui ma Dio. Egli mi ha stabilito come padre…signore…dominatore” (v.8)

Ecco le parole chiave dell’intero ciclo di Giuseppe.

Ora il terrore colpevole dei fratelli è vinto, il dolore del padre annullato. Giacobbe si era disperato senza motivo, perché quella che era parsa morte era la via predisposta da Dio per condurre alla vita. L’astuzia vendicativa del fratello potente è ormai inutile: Giuseppe non ha bisogno di trionfare sulla famiglia. La colpa dei fratelli, il dolore del padre la vendetta di Giuseppe, sono tutti usati come mezzi per questa rivelazione della chiamata occulta di Dio.

L’intero ciclo si basa sulla nozione che Dio è libero. Egli è all’opera per realizzare il suo progetto per mezzo e a dispetto di qualunque sforzo umano. Una lettura tale della realtà cozza contro ogni facile umanesimo. Ma anche contro quel tipo di supernaturalismoche vorrebbe distinguere tra opere di Dio e opere dell’essere umano. Contro queste teorie che separano l’operato di Dio e il nostro, questo ciclo proclama che è proprio entro l’ambito della scelta umana che si compie l’opera salvifica di Dio.

Queste rivendicazioni della sovranità di Dio sono lontane dalla sensibilità e dall’ethos della nostra cultura. Per una cultura come la nostra le principali asserzioni di questo testo sono di scandalo:

-Questo racconto asserisce infatti che il progetto di Dio è irrevocabilmente sovrano. Nulla riesce a metterlo in crisi o ad alterarlo. L’umanità può tentare di vanificarlo, può al limite arrestarlo per breve tempo, ma esso continua a operare per mezzo di qualunque azione umana. Si avvale persino del lato oscuro della progettualità e dell’agire umano.

-il carattere sovrano del volere di Dio è in grado di creare un autentico “nuovo”,una nuova  genesi, una realtà totalmente inedita, che abroga il passato, ridefinisce il presente e inaugura un nuovo futuro. Ai giorni nostri, di fronte a conflitti che infuriano con così tanta virulenza da così tanto tempo (si pensi alla Palestina, all’Africa, al Medio oriente) ci riesce difficile credere alla possibilità di uno schiudersi di una realtà totalmente nuova. Il futuro sembra solo una stanca replica del passato. Ma questo racconto contraddice tenacemente questa convinzione e formula una affermazione di segno opposto.

-il racconto afferma che il progetto di Dio è infinitamente benevolo. Giuseppe proclama di aver ricevuto una missione “perché abbiano la vita “Il presupposto della fede di Israele è che YHWH vuole la vita del suo popolo. Dio ha infinite risorse contro qualunque minaccia di morte. Anche noi come Giuseppe non possiamo certo esimerci dal compito di adoperarci a favore della vita. Ma spesso ci dimentichiamo le benevole singolari vie di grazia con cui Dio gestisce la vita.

-il racconto afferma che il progetto di Dio è occulto e misterioso. E’ occulto perché nessuno dei protagonisti della storia possa intuirlo sinchè i tempi non saranno maturi. Il progetto infatti non dipende dalle capacità o dalla disponibilità umana. Procede per le sue vie misteriose. Nei suoi momenti cruciali è brusco e conciso, e rifugge dal riflettere su cause e metodi. Non indugia in Gen 1-2 sul miracolo della creazione. Non indugia in Gen 18,1-15 sulle modalità di una nascita straordinaria e portentosa. Non indugia su come a un cieco sia restituita la vista (Gv9). Non indugia sul sublime stupore della Pasqua (Mc 16,1-8). La fede biblica afferma e prosegue, anche quando noi vorremmo invece fermarci per analizzare e spiegare. La fede biblica indugerà semmai ad assaporare e contemplare il miracolo, mai a spiegarlo.

-il racconto afferma infine che i disegni di Dio vengono portati a compimento nella storia concreta, tramite le azioni di persone specifiche. Il progetto di salvezza e di vita relativo a questa famiglia potrà essere stato deciso da Dio sin dall’eternità. Ma è nella vita di Giuseppe, fanciullo viziato divenuto poi uomo di potere, che il piano di Dio si compie.

3)Conclusione del ciclo di Giuseppe Gen 46,1-50,26

I restanti materiali dei capitoli 46-50 sono dedicati a una sistemazione conclusiva delle generazioni. Abbiamo pertanto, con riferimento al passato, la descrizione dello stanziamento in Egitto di Giacobbe, della sua morte e sepoltura. Ad anticipazione del futuro, invece abbiamo la benedizione profetica delle generazioni a venire.

La Genesi si conclude con la morte di Giuseppe (50,1-15).

Così il ciclo termina in Egitto, in attesa della visita di Dio. Il narratore è sicuro di quella visita che permetterà un altro inizio. Siamo alla fine della Genesi, e ancora siamo all’inizio, in attesa del nuovo di Dio.

Il governatore non muore passando in rassegna la vecchia guardia o ricordando nostalgicamente vecchie visite, ma sperando in una nuova visita, in una nuova genesi. Dio l’ha giurato, ha dato la sua parola. E dunque si attende. Dalle parole che hanno creato il mondo sino a questa affermazione di Giuseppe morente (“…Dio verrà a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese che egli ha promesso con giuramento ad Abramo Isacco e Giacobbe”) abbiamo posto al centro della nostra attenzione la chiamata di Dio. Ci siamo occupati della chiamata sovrana con cui “Dio chiama all’esistenza i mondi” e del modo in cui ci chiama nella sua chiesa. Quella chiamata è stata accolta da Abramo e Sara, ha esposto Giacobbe a innumerevoli conflitti, si è fatta strada in modo occulto nella vita di Giuseppe.

La storia delle origini della Genesi si incammina ora verso l’oppressione e la liberazione dell’Esodo. La promessa di una buona terra (=la Terra) prosegue il suo cammino. Noi attendiamo con Israele. E nell’attesa, dobbiamo decidere se rispondere alla chiamata.