39416 LA RIOJA-ADISTA. La dichiarazione del martirio di mons. Enrique Angelelli è stata preannunciata da papa Francesco all’attuale vescovo mons. Marcelo Donato Colombo per telefono. «Voglio darti la notizia che, pochi minuti fa, ho firmato il decreto in relazione al martirio di Angelelli», ha detto con giubilo il pontefice a Colombo, iniziatore della causa di beatificazione del suo predecessore nella diocesi argentina. E ha sollecitato ad organizzare una grande festa per il 4 agosto, giorno in cui, nel 1976, Angelelli venne assassinato in un procurato incidente stradale.

La notizia la dà mons. Colombo in un’intervista rilascia a Terre d’America (11/6). Il vescovo annuncia che saranno contestualmente dichiarati beati i due sacerdoti, Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville, che furono assassinati insieme al laico Wenceslao Pedernera il 18 luglio del 1976, anch’egli fra i nuovi beati argentini. È stato rientrando a casa dopo una celebrazione in memoria di questi ultimi che Angelelli ha incontrato i suoi assassini. Colombo si è fatto promotore della dichiarazione di martirio di tutti e quattro. «Hanno lavorato insieme per il Regno di Dio – spiega – e insieme hanno dato la vita per il popolo di Dio. Carlos Murias è un frate francescano conventuale, entusiasta, pieno di vita, che viveva e vibrava con il magistero Angelelli, prendendo parte alle sue sfide pastorali nei Llanos de La Rioja; Gabriel Longueville è un sacerdote diocesano francese della diocesi di Viviers, con una preziosa esperienza di vita ministeriale lì che poi mette a disposizione del popolo argentino, prima a Corrientes e poi a La Rioja. In Angelelli trovò un amico e un testimone credibile che arricchì la sua comprensione del mondo dei poveri, in particolare la religiosità popolare e la capacità dei poveri di portare avanti la loro vita in mezzo a tanta sofferenza e limitazioni. Gabriele e Carlos sono cresciuti in amicizia e collaborazione pastorale nella parrocchia Chamical e insieme sono stati rapiti e uccisi. Wenceslao era un lavoratore rurale che si innamorò di Cristo e del suo Vangelo da adulto, per “contagio” di sua moglie che lo avvicinò alla vita di fede. Quando ha incontrato Cristo, lo ha seguito con tutto il cuore impegnandosi per un mondo migliore, solidale con i contadini e i propri vicini. Wenceslao Pedernera venne invitato da Angelelli a lavorare e ad animare il modello cooperativista cristiano. I quattro erano animati da questo spirito cristiano di servizio totale» e partecipavano «ad uno stesso progetto ecclesiale».

Mandanti dell’omicidio di mons. Angelelli sono stati riconosciuti Luciano Benjamín Menéndez, che è stato alla testa del III Corpo dell’Esercito dal settembre 1975 al settembre del 1979 con l’incarico di dirigere le azioni delle Forze Armate e di Sicurezza in 10 province argentine, e il comandante di divisione navale Luis Fernando Estrella. Il processo a loro carico si è concluso con la loro condanna all’ergastolo il 4 luglio 2014. Alla vigilia della sentenza, il 3 luglio, nella cattedrale di La Rioja mons. Colombo officiando una messa «in omaggio a mons. Enrique Angelelli», diceva: «Trentotto anni fa, in questi stessi giorni Angelelli soffriva per gli attacchi e le ingiuste accuse e perché gli veniva impedito [dagli uomini della dittatura] il libero esercizio del suo ministero pastorale. Non poteva accettare il “suggerimento” di mantenersi distante, di fare attenzione alla sua pelle, di lasciare il suo gregge. Presentiva i pericoli che si addensavano sulla sua testa, ma agiva mosso dal Vangelo di Gesù Cristo nel suo impegno personale irrinunciabile a favore degli esseri umani. Intravide che le morti di Gabriel Longueville e Carlos Murias e del laico Wenceslao Pedernera preannunciavano la sua. Ma continuò a rimanere sulla breccia, a sostenere fino alla fine il bastone del buon pastore».

Se la giustizia civile ha impiegato decenni a riconoscere l’omicidio, la Santa Sede è stata quasi altrettanto reticente. Accettò subito per buona la versione della morte per fatalità – mentre l’omicidio fu tra l’altro testimoniato da chi era con lui nella macchina spinta fuori strada – data dalla giunta che guidava la dittatura dal 24 marzo di quell’anno. E anche se all’epoca L’Osservatore Romano parlò di «un misterioso incidente automobilistico», Roma ha per anni “rimosso” la tragica fine del vescovo di La Rioja da qualsiasi intervento pubblico, probabilmente in attesa di un giudizio finale da parte della magistratura, anche se già nel 1986 il giudice Aldo Morales dichiarò che la morte di mons. Angelelli è stata un «omicidio freddamente premeditato». Reticenza di cui non si macchiò però quel vescovo Bergoglio poi divenuto papa: Francesco, da cardinale di Buenos Aires, il 4 agosto del 2006 si recò sul luogo dell’omicidio avvenuto 30 anni prima e citò anche Angelelli fra quanti, «con il loro sangue versato, furono testimoni della fede».

Ben di più, oltre al silenzio, si può imputare alla Chiesa argentina. Un esempio: fra i vari religiosi alternatisi al processo conclusosi ne 2014, ha reso testimonianza il cappuccino p. Luis Coscia, che fra l’altro, ha richiamato episodi risalenti all’Assemblea della Conferenza episcopale argentina del maggio 1976. Angelelli all’inizio dei lavori, ha riferito il sacerdote, «propose che si parlasse della grave situazione di persecuzione e minacce che si vivevano nella diocesi a La Rioja. Insistette per giorni, ma mons. Tortolo (all’epoca vicario castrense, collaboratore della dittatura argentina, ndr) non lo assecondò mai». All’epoca il commento di mons. Angelelli fu: «Mi hanno già condannato in Assemblea». In tribunale, la constatazione di p. Coscia è stata: «Angelelli è stato assassinato ben prima della sua morte sulla strada… è stato lasciato solo dagli stessi vescovi». (Adista ha scritto di mons. Angelelli fra l’altro nei nn. 32/11, 40/13, 11 e 27/14).
(Eletta Cucuzza, Adista Notizie n° 23 del 23/06/2018)