Ecco quindi che cosa hanno in comune il leader dei nuovi populismi autoritari: la consapevolezza di non poter davvero  controllare le economie nazionali, ormai ostaggio degli investitori stranieri, degli accordi mondiali, della finanza internazionale, del lavoro precario e del capitale in generale.

Tutti promettono  una purificazione culturale nazionale, come strada verso il potere politico mondiale. Tutti simpatizzano per il capitalismo neoliberista proponendone versioni adatte all’India,alla  Turchia, agli Stati Uniti o alla Russia. Tutti cercano di tradurre il soft power in hard power, nessuno infine si fa il minimo scrupolo quando si tratta di reprimere le minoranze, i dissidenti, soffocare libertà di parola o usare la legge per neutralizzare gli oppositori.

Questo fenomeno mondiale è visibile anche in Europa, nell’Inghilterra di Theresa May, nell’Ungheria di Viktor Orban e nella Polonia di Andrzejei Duda, oltre che in una miriade di partiti di destra sempre più diretti e mainstream in quasi tutti gli altri paesi in Europa. I punti di rottura di questa tendenza sono la paura dell’ultima ondata di migranti, la rabbia e lo shock per i vari attentati terroristici in alcune delle sue città più importanti e naturalmente il trauma della Brexit. Pertanto leader e demagoghi populisti autoritari appaiono ovunque nel vecchio continente e anch’essi attuano lo stesso mix di neoliberismo ,sciovinismo culturale, rabbia, anti-immigrazione (…). Questo è quindi un modo per comprendere i leader dei nuovi populismi autoritari e il fascino che esercitano. E  il loro seguaci ? (Ndr. Perchè li votano anche spesso contro il loro interesse?)

(…) Le elezioni sono lo strumento principale a disposizione dei cittadini per far sentire la propria voce e mostrare quanto sono contenti o scontenti del loro leader.

Oggi però le elezioni sono diventate un modo per uscire dalla democrazia stessa, anziché essere un mezzo per risanare e problematizzare la politica in modo democratico.

I circa 62 milioni di americani che hanno votato per Trump, hanno votato per lui e contro la democrazia. In questo senso il loro voto è stato un voto a favore di un “abbandono”. Lo stesso vale per l’elezione di Modi, per quella di Erdogan e per le pseudo elezioni di Putin. In ognuno di questi casi e in gran parte delle sacche populiste europee, troviamo un senso di insofferenza per la democrazia in quanto tale. E’ su questa insofferenza che si basa il successo elettorale di leader che promettono di abrogare tutte le componenti liberali ,deliberative e inclusive delle diverse versioni nazionali della democrazia. (…)La sensazione di averne abbastanza della democrazia ha oggi una logica e un contesto particolari sotto almeno tre aspetti.

Il primo è la diffusione di internet e dei social media verso fasce sempre più ampie della popolazione, unita alla possibilità di mobilitazione, propaganda, costruzione identitaria e ricerca di propri simili fornite dalla rete, ha generato la pericolosa illusione che sia possibile trovare pari, alleati, amici, collaboratori, convertiti e colleghi, indipendentemente da chi siamo e da cosa vogliamo.

Il secondo è il fatto che ogni singolo stato-nazione ha perso terreno e la battaglia per la difesa di una minima sovranità economica.

Il terzo fattore che la diffusione su scala globale dell’ideologia dei diritti umani ha garantito un riconoscimento minima alle istanze di estranei, stranieri e migranti in praticamente ogni paese del mondo ,anche a fronte di accoglienze ostili e dure condizioni di permanenza.

Uniti questi tre aspetti hanno acutizzato l’intolleranza generale per i processi regolari, la razionalità deliberativa e la pazienza politica, richiesti dei sistemi democratici. Se aggiungiamo la crescente disuguaglianza economica nel mondo, l’erosione del Welfare, la penetrazione planetaria di quelle industrie che prosperano diffondendo l’idea di un disastro finanziario imminente, ecco che l’impazienza per i tempi lenti della democrazia, viene aggravata da un clima costante di panico economico. Gli stessi leader populisti che promettono prosperità per tutti producono spesso intenzionalmente questo genere di panico.

(…) Si sta dunque scrivendo un nuovo capitolo nella storia mondiale dei populismi autoritari, un capitolo fondato sulla coincidenza parziale tra le ambizioni e le promesse dei leader e la mentalità dei seguaci.  Questi leader odiano la democrazia perché rappresenta un ostacolo alla loro ricerca mono maniacale del potere. I seguaci sono vittime dell’ insofferenza verso la democrazia, al punto che vedono nella politica elettorale il modo migliore per uscire dalla democrazia stessa. Questo disprezzo e questa stanchezza, trovano un terreno comune nello spazio della sovranità culturale messa in opera nelle narrazioni di vittoria razziale di maggioranze indignate, di purezza etnica nazionale e di rinascita globale.

(…) Questo terreno comune culturale nasconde inevitabilmente le profonde contraddizioni che esistono tra le politiche economiche neoliberiste di molti di questi leader autoritari e il loro bel noto capitalismo clientelare, da un lato, e le sofferenze e le angosce economiche autentiche della maggioranza dei loro sostenitori dall’altro. Esso è anche il terreno di una nuova politica di esclusione i cui bersagli sono I migranti o le minoranze etniche interne oppure entrambi. Finché i posti di lavoro le pensioni e i redditi continueranno a diminuire, le minoranze interne e i  migranti continueranno a essere gli ovvi capri espiatori, a  meno che dalle voci della sinistra progressista non provenga un messaggio persuasivo che parli di risorse pubbliche, di welfare e di salvaguardia del reddito. A voler essere realisti non si tratta di un progetto a breve termine ma deve essere una priorità a medio termine della massima importanza.

(testo tratto da: Arjun Appadurai, L’insofferenza verso la democrazia, in La grande regressione, Milano, Feltrinelli, 2017, pag. 17-29)  


Arjun Appadurai (Bombay, 4 febbraio 1949) è un antropologo statunitense, di origine indiana. 

Nato in India, ma formato negli Stati Uniti, è considerato uno dei massimi esponenti degli Studi postcoloniali. I suoi lavori, incentrati prevalentemente sulle riconfigurazioni culturali tipiche della modernità causate dai processi di globalizzazione e dall’avvento dei nuovi media, sono per certi versi assimilabili alla corrente detta “Cultural studies”. Egli parla della indigenizzazione un processo per cui un oggetto o un comportamento proveniente dall’esterno viene tradotto nella cultura indigena e quindi viene introdotto nella situazione locale. Le sue riflessioni partono da studi di casi particolari, ad esempio ricerche etnografiche in villaggi Tamil nell’India meridionale postocoloniale o studi sugli ingegneri informatici di origine indiana della Silicon Valley, per giungere a considerazioni sui concetti di modernità e globalizzazione. La propria provenienza dalla moderna borghesia indiana e la migrazione come studente e poi come professore negli Stati Uniti sono altre esperienze utilizzate come spunto di riflessione.