Mosè e Dio: vocazione e dialogo

(Es 3,1-7,7)

Testi liberamente tratti da:

Fretheim T.E., Esodo, Torino, Claudiana, 2004;

Rashi di Troyes, Commento all’Esodo, Genova, Marietti, 2015

De Luca E, Esodo/Nomi. Traduzione a cura di Erri De Luca, Milano, Feltrinelli, 2009

 

1) Curiosità e vocazione Es 3, 1-6

2) L’invio di Mosè Es 3, 7-12

3) Che cosa c’è in un nome Es 3, 13-22

4) Mosè e la magia Es 4, 1-9

5) Mosè e la sua bocca Es 4, 10-17

6) Dio cerca di uccidere Mosè Es 4, 18-31

7) L’oppressione rinnovata Es 5, 1-6,1

8) La missione confermata Es 6, 2-7,7

 

5) Mosè e la sua bocca Es 4, 10-17

v.10 Mosè disse al Signore: Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua.” 

Perché Moshé Balbettava?

Batia, la figlia di Faraone, era andata a passeggiare lungo la riva del Nilo. Là notò in un canneto una cesta, dentro la quale era stato posto il piccolo Moshé. Ella stese la mano per trarre a sé la cesta, ma la sua mano era troppo corta. Allora avvenne un miracolo: la sua mano si allungò. Quando si vuole raggiungere una meta lontana, non ci si deve scoraggiare per la mancanza di mezzi: l’importante è avere la ferma volontà di raggiungere la meta.

Alla principessa avvenne anche un altro miracolo. Ella aveva su tutto il corpo un brutto eczema che la faceva soffrire molto. L’arte dei medici egizi non aveva avuto successo, ma non appena ebbe toccato la cesta l’eczema scomparve ed ella guarì. Da questo la giovane riconobbe la forza risanatrice e redentrice del bambino che giaceva in quella cesta.

Batia portò il lattante alla reggia, dove venne allevato.

Moshé poteva avere circa tre anni, quando un giorno, in grembo alla sua regale benefattrice, la figlia di Faraone, in presenza della corte radunata, afferrò la corona del re e se la pose sul capo.

Il sovrano rimase esterrefatto dall’ardire senza precedenti del bimbo e si consultò subito con i suoi saggi e i ministri per decidere se quel gesto fosse da considerare semplicemente un gioco infantile o un cattivo presagio.

Alcuni consiglieri dissero: “Noi temiamo che costui sia l’uomo di cui da tempo ti abbiamo predetto che aspira alla tua corona”.

Altri dissero: “Bisogna ucciderlo con la spada o sul rogo”.

Allora prese la parola Yitrò, uno dei saggi, e disse: “Sign-re e re? Per arrivare alla certezza si pongano a un lato del bambino delle splendide gemme e dall’altro carboni accesi. Se nel suo gioco c’è solo ingenuità infantile egli, come fanno i bambini, afferrerà piuttosto il fuoco e non toccherà le pietre preziose”.

Questo consiglio piacque a tutti e venne immediatamente messo in atto. Ma ecco? Il vivace bambino stava per allungare la sua manina verso le gemme decidendo così la sua sorte, quando un angelo – alcuni dicono che fu Gabriele – la guidò verso i carboni ardenti. Il bambino afferrò un pezzo di carbone, ma per uno spasmo di dolore, portò poi la mano in bocca e bruciò – con le faville che gli erano rimaste in mano – la sua lingua e le sue labbra. Moshé fu salvo, ma finché visse la sua favella difficoltosa e balbuziente ricordò quell’intervento della Divina Provvidenza (Shemot Rabba, 31).

(Chabad.org)

Mosè pone un’altra obiezione dopo le precedenti nell’ordine:

v3,11 l’indegnità per il compito affidatogli

v3,13 le insufficienti informazioni su Dio

v4,1 il popolo non lo ascolterà o non gli crederà

Ora il punto focale è costituito dalle proprie capacità oratorie. Nei versetti seguenti 11 e 12, Dio si assume la responsabilità della sua creazione “imperfetta” (Chi ha dato una bocca all’ uomo all’uomo? (…) non sono forse io il Signore?) ma mette in evidenza che, anche se le capacità di Mosè sono ridotte (balbuzie), egli è chiamato ugualmente a questo compito (Ora va! Io sarò la tua bocca e ti insegnerò cosa dovrai dire).

Dio allora non risana le ridotte capacità oratorie di Mosè; non c’è in vista un’operazione chirurgica divina. Piuttosto, Dio opera in, e mediante reali impedimenti umani per far progredire i disegni divini. Una realtà costante per Dio! (vedi genesi sterilità e altro).

Quest’ incontro/dialogo solleva un certo numero di problemi teologici:

  • Rivela qualcosa di significativo sulla vocazione divina al servizio.

Dio non chiama persone perfette per posizioni di guida nel suo popolo ma persone, come si dice, “con tutti i loro acciacchi”.

ma non si deve dire però che le doti specifiche di qualcuno siano del tutto irrilevanti per Dio. I doni che le singole persone hanno, fanno una differenza per Dio e nella capacità di Dio di utilizzarle. Dio ha colto in Mosè le sue capacità autentiche di guida, quindi lo ha scelto. Mosè ha anche un impedimento di parola ma Dio sarà comunque in grado di operare tramite lui. Questa scelta è in continuità con ad es. l’utilizzazione delle donne e illustra il criterio di Dio, che sceglie ciò che per il mondo è debole al fine di svergognare i forti.

  • Solleva il problema dell’agire divino.

Il versetto 11 (Chi ha dato una bocca all’uomo…) afferma certamente l’azione divina nella creazione degli esseri umani. L’opera creatrice di Dio è tale che essi avranno alcune caratteristiche e qualità; Dio non si ritrae dalla sua responsabilità.

Il testo tuttavia non dice che tale attività viene praticata individualmente come se Dio entrasse nel grembo di ogni donna incinta e determinasse come e se un bambino debba avere degli handycap. Si tratta invece di un’affermazione generale e cioè che il mondo è stato creato da Dio in modo tale che simili cose possano accadere. Inoltre il testo non dice che Dio è l’unica causa di tutti questi sviluppi. La convinzione di Dio come creatore non comporta una tale convinzione.

  • La libera scelta di Dio.

Mosè non discute la risposta divina ma nemmeno vi acconsente. Infatti chiede che un altro, più loquace di lui lo accompagni. Dio perde la pazienza: ogni obiezione è stata presa sul serio e Dio ha dimostrato che ognuna di esse non era valida. Egli si aspetterebbe che Mosè accetti il compito.  Non è così: Dio deve cambiare linea. Utilizzare Aronne come uno che possa parlare al posto di Mosè; questo non è per Dio il modo migliore per portare a termine questa missione. Ma si adegua al possibile. Se dio avesse scelto di utilizzare la sola forza Mosè avrebbe ubbidito. Ma dio accetta la mediazione delle circostanze e dei bisogni umani, Dio accetta anche di perdere purchè la sua promessa si realizzi. Dio dunque rimane libero (nei suoi obiettivi) ma accetta i limiti posti dall’umano.

Vv15-16 “Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio.”

In merito Rashi offre un’interpretazione ricca di spunti di riflessione:

Egli parlerà in tuo nome… Significa che egli parlerà al popolo per conto tuo o per meglio dire “per te” (lecha). E quando questa espressione viene usata assieme a “parlare” significa “per conto di qualcuno”.

Sarà il tuo portavoce… Egli sarà il tuo interprete perche si lento nel parlare.

Le veci di Dio: Dio pone Mosè come capo e principe (vedi Giuseppe e il faraone).

Dio tratteggia qui la natura del su rapporto con Mosè, nonostante la presenza di Aronne. Mosè sarà ancora il destinatario più importante della parola e della volontà divine; Aronne è subordinato a Mosè.

In questo scambio di parole abbiamo la chiave per capire come si deve comprendere la parola di Dio. Dio rivolge le proprie agli esseri umani utilizzandone gli stessi codici linguistici e simbolici. Non esiste una parola di Dio pura; senza mediazioni. Tuttavia le parole umane possono veicolare la parola divina. Mosè/Aronne sono messaggeri di quella parola, ma per questo essi non sono macchine da scrivere divine. In sostanza non si può separare la parola divina da quella umana; esse sono strettamente collegate assieme in ogni parola che si pronuncia in nome di Dio. Ma la parola nonostante tutto viene chiamata parola di DIO.

V17 “terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai prodigi”

Ma anche se Mosè non parlerà, egli viene comunque chiamato ad agire. E così Dio gli chiede di prendere il suo bastone per operare i segni quando tornerà in Egitto. Questo bastone è un’estensione della mano, è un simbolo dell’autorità di Mosè e un sostituto della mano di dio, vale a dire uno strumento nel quale e mediante il quale Dio agisce. Questa sezione termina col silenzio di Mosè.

6) Dio cerca di uccidere Mosè Es 4,18-31

Questa sezione di transizione è altamente episodica, con collegamenti logici e cronologici del tutto incerti. Vi si nota l’ambiguità e le imprecisioni e in questo caso gli argomenti di vita e di morte aumentano la complessità.

Anche qui vi sono presenti però aspetti di grande rilievo sia per Dio che per Israele.

Rashi commenta e ci fa notare qualcosa di importante:

Mosè prese moglie e figli, li fece salire sull’asino e tornò nel paese d’Egitto… E’ scritto l’asino, cioè uno speciale asino; era questo l’asino che Abramo aveva sellato quando si era messo in cammino per sacrificare Isacco e questo è pure l’asino sul quale il re Messia si presenterà, perché sta scritto “Un povero che cavalca un asino”.

Riassumo ora brevemente.

  • Si deve notare il carattere complementare tra l’azione divina e l’opera umana. Sia Mosè che Dio stanno infatti facendo e dicendo qualcosa “insieme” in questo confronto col faraone. L’indurimento del cuore del faraone promesso da Dio non troverebbe spiegazione accettabile se non in rapporto all’ azione di Mosè: saranno infatti le continue provocazioni e richieste di quest’ultimo (ispirato da Dio) infatti che faranno aumentare la resistenza del re, la sua ostinazione, la sua durezza. Dio tramite Mosè provocherà l’indurimento/ostinazione del faraone.

  • Non c’è alcun futuro determinato. Dio nel dialogo con Mosè anticipa l’evolversi del rapporto col faraone. Ma la mancanza di qualsiasi indicazione di tempo o di cadenza indica anche un certo finale aperto. La configurazione del futuro è probabile ma non certa.

  • L’immagine genitoriale di Dio. Ha una particolare forza retorica. Dio rivendica: Israele è il mio figlio primogenito (non l’unico). Dio quale padre, entra nella sofferenza dei suoi figli ed esige per loro vita e libertà.

  • “Il Signore gli venne incontro e cercò di farlo morire” v 24. Il passo lascia sconcertato il lettore, perché è senza spiegazione apparente. Perchè Dio vorrebbe la morte di Mosè dopo avergli permesso /ordinato di tornare in Egitto? Da dove salta fuori questa violenza di Dio, annunciata contro L’Egitto, ma ora rivolta verso il suo stesso profeta?

Le interpretazioni esegetiche sono numerosissime e tutte hanno una qualche giustificazione.

 

Dato per assodato che esso si pone fuori del contesto narrativo e forse è frutto di interpolazioni/sovrapposizioni letterarie possiamo solo indicare una riflessione che ci pare coerente col racconto precedente e successivo.

  • Non essendo indicata l’identità della potenziale vittima (Mosè o il figlio) l’interpretazione deve lasciare aperta la questione. Si suggerisce che questa minaccia fosse causata dalla mancata circoncisione del figlio.

  • E’ importante notare che Dio cercò di farlo morire. Ciò attenua l’azione divina. Egli infatti lascia spazio e tempo alla mediazione di Sefora. Che non è efficace in sé ma lo è perché Dio la “permette”. La sua azione interferisce in quello che Dio opera e si pone come testimone dell’importanza dell’opera umana nei rapporti fra Dio e l’uomo.

  • Sefora il cui ruolo viene spesso sminuito dai commentatori è colei che assume l’iniziativa e cerca di interpretare la minaccia di Dio. Ancora una volta è una donna che, con la sua prontezza e intuizione, salva Mosè. Ella si pone nella stessa linea delle levatrici, della madre e della sorella di Mosè e della figlia del faraone. Sefora è l’unica di cui ci viene detto il nome. (valore del sangue da rivedere)

  • Perché Dio prende qui una misura così forte?

Si è ipotizzato che questo testo sia parallelo a Gen 32 (la lotta di Giacobbe con Dio). E’ il momento della prova in cui Mosè viene preparato da Dio per il difficile compito che gli sta dinnanzi. Egli ora può affrontare qualsiasi nemico, qualsiasi ostilità: la lotta per la vita e per la morte in cui sarà messa in pericolo la stessa esistenza di Israele.

Vv27-27 Il Signore disse ad Aronne: “Va’ incontro a Mosè nel deserto!”. Egli andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l’aveva accreditato.

  • Dio parla per la prima volta ad Aronne e lo invita a incontrare Mosè nel deserto. In verità Aronne era già in cammino con la motivazione di rivedere suo fratello. Qui ancora si vede come Dio si serva di situazioni umane ordinarie per i sui progetti!

  • Il narratore poi ricorda con linguaggio scarno, senza parole dirette l’incontro con il popolo. Per la prima volta è chiaro che Mosè accoglie la missione alla quale è stato chiamato. Aronne riferisce tutte le parole che Dio aveva dato a Mosè.

  • 31  Il popolo crede. Crede a quelle parole ma adora anche (“si inginocchiarono e si prostrarono”.)

Leggiamo che l’adorazione è fondata in particolare sull’ascolto di una parola determinata (Dio/Mosè/Aronne). E’ una parola “evangelica” (Dio ha visto l’afflizione e non è stato passivo) a indurlo all’adorazione. Non è la risultante di Segni, bensì della concreta promessa di Dio del suo diretto coinvolgimento.

7)L’oppressione rinnovata Es 5,1-6,1

Mosè e Aronne arrivano finalmente alla corte del faraone. Si rendono subito conto che il progetto di liberazione proposto da Dio non avverrà né subito né facilmente. Il faraone infatti rifiuta di accogliere le oro richieste. Anzi aumenta la sua oppressione sul popolo. Mosè risponde con un lamento “Perché mi hai mandato?” Egli incolpa Dio del male che ora gli ebrei devono subire.

Lo sviluppo del racconto ci pone spunti di riflessione molto attuali:

-Il faraone assume il ruolo principale. Il coinvolgimento di Dio torna a essere non intrusivo (avvengono dei fatti diciamo legati a politiche umane!)

– mettiamo in evidenza che tutti parlano: Mosè, Aronne, il Faraone, gli ispettori, i sorveglianti. Tutti tranne il popolo. Il popolo rimane in silenzio. Il popolo viene interrogato (“I sorveglianti uscirono e parlarono al popolo…li sollecitavano dicendo…) ma la sua risposta rimane non detta. Questo silenzio sottolinea la sofferenza personale che ogni singolo deve sopportare.

– questo capitolo generalmente lo si legge con troppa leggerezza. In realtà esso è molto importante perché offre un quadro d’insieme della drammaticità della situazione di Israele e dei sistemi di crudeltà e di oppressione (così uguali a quelli che oggi schiavizzano molti poveri della terra). E’importante infatti non attenuare la brutalità della schiavitù facendo sperare in una utopica consolazione celeste. Oppure ricorrendo a un’altra concezione: l’oppressione rientra appieno in un ben più vasto disegno divino. No Dio entra in scena e si pone a fianco degli oppressi per il fatto che egli non gradisce affatto questa situazione

La storia si coglie meglio leggendola dal punto di vista dei vari aspetti del sistema di oppressione.

-con grande forza espressiva il narratore presenta “il profondo senso di impotenza dinanzi a un meccanismo di potere altamente strutturato”. (Il sistema del faraone infatti è un sistema piramidale, mediante il quale i pochi beneficiano del lavoro dei molti.). Fiaccando all’inverosimile l’oppresso, la minaccia di una resistenza organizzata tende a svanire. Suppliche e richieste sono respinte: cedere su un solo punto tradirebbe debolezza.

– gli schiavi devono capire che il loro benessere dipende esclusivamente dalla buona volontà del faraone quindi non devono sconvolgere il sistema. Sono portati a pensare che le cose non potrebbero andar meglio di come vanno adesso. Sono “aiutati” a capire che quelli che pretendono di essere i loro liberatori contribuiscono in verità a rendere l’oppressione ancora più dura di quanto sarebbe altrimenti. Quanto successo abbia il “faraone despota” lo si può vedere nei successivi rimpianti del popolo nel deserto: essi non sono mai stati bene come in Egitto!

-L’accusa del faraone che la richiesta di essere liberati venga fatta a causa della loro pigrizia è tipica degli oppressori: “Fannulloni siete, fannulloni “v.17. In realtà il popolo non è oppresso: è intrinsecamente pigro; denuncia la tirannia solo per sottrarsi così a un duro lavoro. Il punto consiste nello spostare il problema dall’oppressore all’oppresso. Attribuendo agli oppressi una pecca di carattere, ci si sente sollevati da ogni sorta di responsabilità per il loro “destino”. (Così oggi per gli africani, gli zingari, i profughi, i poveri).

Oppure il problema viene attribuito a un’etica del lavoro imperfetta; i loro valori relativi al lavoro non son quelli che dovrebbero essere. La loro produttività scarsa dimostra che essi devono lavorare con un orario più lungo. Le pause di lavoro (feste)dedicate alle pratiche religiose possono far perdere tempo prezioso (per il faraone). I programmi di produzione hanno la priorità su ogni altra considerazione.

Non è poi necessario introdurre miglioramenti nella linea di produzione che possano diminuire la fatica o promuovere il benessere. Anzi bisogna togliere qualcosa che già hanno: “raccogliete da soli la paglia per fare mattoni e mantenete alto il tasso di produzione!

Dunque la soluzione consiste nel mantenerli talmente occupati che essi non abbiano altro tempo o energia per lamentarsi o per elaborare pensieri di rivolta, parole bugiarde”. (attualizzare!)

-Inoltre, gli oppressori tormentano gli oppressi con sorveglianti; in verità collaboratori che contribuiranno a creare divisione tra loro. Quegli ebrei che “si sono venduti al sistema”si mettono contro gli altri ebrei, accettando logiche di sfruttamento e partecipando ad esse secondo le regole dell’oppressore. Quando si lamentano col faraone essi fanno proprie le sue spiegazioni e poi le riversano sulle spalle del popolo “Fannulloni siete!”.

-Allora Mosè capovolge la questione e ne fa ricadere la responsabilità su Dio! Il sistema oppressivo ha operato in modo pessimo. Dio deve essere ritenuto colpevole nella stessa misura del faraone. Tutto questo non è troppo distante da quel punto di vista secondo cui una persona deve meritarsi la propria sorte, in quanto Dio stesso è dietro a tutto questo.

Martin Luther King in una delle sue predicazioni (1967) pone la cosa in questo modo: “I faraoni avevano una strategia favorita ed efficace per mantenere i loro schiavi in condizione di schiavitù: tenerli in conflitto tra loro. La tecnica divide et impera è stata un’arma potente presente nell’arsenale degli oppressori. Ma quando gli schiavi trovano l’unità, i Mar Rossi della storia si aprono e gli Egitti della schiavitù si sbriciolano.”

Mosè si lamenta con Dio è profondamente disilluso sul suo compito e non vuole assumersi la colpa del fallimento. 5,22-23: Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: “Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!”.

– Qui la parola chiave è “male” (ra’). Mosè utilizza la stessa parola riguardo sia a Dio sia al faraone: ciascuno di loro è responsabile per questo male che il popolo sta sopportando, ciascuno per la sua parte (se Dio non avesse detto di dire quelle cose il faraone non avrebbe fatto niente). Mosè però dimentica che anche lui in quanto latore del messaggio aveva contribuito al Male.

Bisogna qui fare una riflessione sulle “colpe” e sul “male”.

Si tratta di riconoscere che la liberazione dal male comporta l’esperienza di un male ancora più grande… Sconfiggere l’oppressione impegna in un conflitto, anche per Dio. Il male non si arrende senza combattere; Dio non può alzare la bacchetta magica e fare in modo che tutto scompaia in un istante: un conflitto protratto nel tempo è inevitabile quando il male è così profondamente radicato. La strada che porta dalla morte alla vita passa attraverso molti Getsemani.

il punto centrale del lamento di Mosè è la domanda: perché? “Perché, e qui senza dubbio Mosè da voce anche al lamento del popolo, perchè Dio ha fatto questo al “suo” popolo? Mosè non capisce il senso di ciò che è successo.

Dio non rimprovera a Mosè le sue due domande. Le accoglie per quello che sono: lamenti in un momento difficile della vita. Dio risponde semplicemente assicurando Mosè che i suoi disegni non mancheranno il segno. Il tempo per il faraone sta per arrivare; ancor più la liberazione del popolo.

8) La missione confermata Es 6,2-7,7

C’è un consenso generale sul fatto che la sezione 6,2-7.7 sia una versione sacerdotale della vocazione di Mosè. Sostanzialmente vi si ritrovano gli stessi elementi che compongono un racconto di vocazione come in 3,1-12: l’incontro col divino, la missione, le obiezioni e la conferma. Naturalmente il racconto non è esattamente lo stesso. Ci sono approfondimenti e sottolineature sul tema ma non così importanti da essere riconsiderati.