39694 SAN SALVADOR-ADISTA. L’America Latina perde un altro governo progressista, quello salvadoregno del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale. La sesta elezione presidenziale del Paese dalla fine della guerra civile nel 1992 è stata vinta il 3 febbraio, già al primo turno, da Nayib Bukele, il candidato del partito di destra moderata Gran Alianza por la Unidad Nacional (Gana). Un trionfo annunciato, il suo: già in testa in tutti i sondaggi, il giovane imprenditore si è imposto con il 53,7% dei voti, ponendo fine al bipartitismo che ha caratterizzato il paese negli ultimi 30 anni. Secondo, a grande distanza, è arrivato, con il 31,6% delle preferenze, Carlos Calleja di Arena, il partito di estrema destra fondato dal maggiore Roberto D’Aubuisson, il mandante dell’assassinio di mons. Oscar Romero, lo stesso partito che ha governato il Paese, finendo di devastarlo, dal 1989 fino al 2009, non senza restare coinvolto in innumerevoli scandali di corruzione, a cominciare da quello che ha visto finire nelle tasche di alcuni esponenti del partito i fondi donati da Taiwan per le vittime del terremoto del 2001.

Solo terzo, con appena il 13,7% delle preferenze, è risultato Hugo Martínez, il candidato del Fmln, il partito di sinistra nato dalla guerriglia vincitore delle ultime due elezioni, a cui non è bastato chiedere il voto «a nome dei caduti, delle future generazioni, del popolo, della giustizia sociale».

Appena 37enne, Bukele, di origini palestinesi, si era affermato sulla scena politica nazionale diventando, nel 2015, sindaco di San Salvador per il Fronte Farabundo Martí. Dopo la sua espulsione dal Fronte nell’ottobre del 2017, con l’accusa da parte del Tribunale etico del Fmln di aggressione verbale e di atti diffamatori nei confronti del partito, oltre che di promuovere divisioni interne, aveva fondato il movimento Nuevas Ideas, che, tuttavia, non inscritto in tempo come partito politico, non era stato ammesso a concorrere alle presidenziali. Bukele, tuttavia, non si era perso d’animo, e, poco prima che scadessero i termini per la presentazione delle candidature, aveva sorpreso tutti presentandosi con una formazione ideologicamente molto distante dal Fmln: il partito conservatore Gana, a sua volta nato da una scissione di Arena (in senso moderato).

Per quanto spericolata, tale mossa non gli ha comunque impedito di raccogliere forti consensi, grazie anche, e soprattutto, a un abile uso delle reti sociali, frutto della sua esperienza nel mondo del marketing e della pubblicità. E così, contando su un milione e mezzo di follower in Facebook e su mezzo milione di seguaci in Twitter, ha saputo attirare in particolare l’attenzione dei giovani e dei millennials, permettendosi di snobbare le forme più tradizionali di campagna elettorale, come comizi, dibattitti e interviste. Lo ha fatto con slogan del tipo “Il denaro basta quando nessuno ruba” o con annunci come quello della creazione di una commissione internazionale contro l’impunità, per quanto abbia aderito a un partito fondato dall’ex presidente Antonio Saca, condannato a dieci anni di carcere per peculato e riciclaggio di denaro, e da alcuni degli esponenti più corrotti del mondo politico. E per quanto, anche, non sia esente da accuse di essere sceso a patti con le pandillas quando era sindaco della capitale.

«Se non ho mai permesso che i vertici del Fmln mi dessero ordini, meno ancora lo farò con dirigenti di altri partiti», ha rassicurato Bukele sulle reti sociali. Ma di certo non gli sarà facile prescindere dal partito con cui si è candidato, tanto meno con un’assemblea legislativa dominata da Arena, con i suoi 49 deputati (rispetto ai 23 del Fmln e degli 11 di Gana).

Quanto al Fronte, ha pagato, come era previsto, tutti gli errori commessi nei dieci anni in cui è stato al governo, perdendo l’occasione di realizzare un’autentica trasformazione del Paese.

Nel marzo del 2009, la piccola nazione centroamericana – el Pulgarcito d’America reso celebre dai suoi martiri ed eroi – aveva celebrato piena di speranza la vittoria alle presidenziali, per la prima volta nella sua storia, di un candidato di sinistra, l’ex giornalista Mauricio Funes. L’entusiasmo, tuttavia, non era durato a lungo: al di là di alcuni apprezzabili programmi sociali, il governo Funes aveva finito per lasciare sostanzialmente inalterati tanto il modello neoliberista quanto la subalternità agli Stati Uniti.

A tentare una svolta a sinistra ci aveva provato allora Salvador Sánchez Cerén, uno dei più importanti comandanti dell’ex guerriglia, eletto presidente nel 2014. Ma dal fronte di guerra al palazzo presidenziale, la strada non si era di sicuro rivelata in discesa. E la rovinosa sconfitta del partito alle elezioni legislative e municipali del marzo scorso, quando il Fronte ha perso la capitale e 12 capoluoghi dipartimentali su 14, aveva già indicato nella maniera più eclatante lo scontento della popolazione nei confronti dell’amministrazione di Sánchez Cerén. Di attenuanti il presidente uscente può invocarne parecchie, avendo dovuto governare sotto l’assedio congiunto, e brutale, dei mezzi di comunicazione, della Corte Suprema di Giustizia, dell’élite economica e delle misure destabilizzatrici di un Parlamento controllato dalla destra. Ed è senz’altro un punto a suo favore essere riuscito, malgrado ciò, a garantire massicci investimenti sociali. Ma tutto ciò non ha potuto far dimenticare i troppi cedimenti al modello neoliberista, l’adozione di misure di austerità fiscale, l’impulso al sistema pensionistico privato e un certo scollamento dai movimenti popolari, comune del resto a molti dei governi progressisti latinoamericani, quasi tutti caduti negli ultimi anni.

 

(Claudia Fanti, Adista Notizie n° 6 del 16/02/2019)