Dal 1967 Israele ha demolito quasi 60 mila abitazioni di palestinesi. E la situazione continua a peggiorare, tanto che negli ultimi tempi hanno alzato la voce sia l’Onu, sia l’Unione europea. Entrambe le istituzioni chiedono di interrompere al più presto questa pratica, che costituisce una seria minaccia al processo di pace

 

Sur Bahir, zona est di Gerusalemme. È qui che l’esercito israeliano ha effettuato un’operazione di demolizione lo scorso 22 luglio, lasciando 24 persone del villaggio di Wadi al Hummus senza un’abitazione. Settecento agenti di polizia e duecento militari hanno fatto irruzione nell’area con diversi scavatori per dar inizio ai lavori di demolizione di una decina di edifici, per un totale di 70 appartamenti circa.

Le autorità israeliane avevano inviato un “Avviso di demolizione” alla popolazione locale con scadenza 18 luglio 2019. Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite tra le persone sfollate, nove sono rifugiati e cinque minori. Colpiti dalla misura anche altri 350 proprietari di abitazioni ancora in fase di costruzione.

Onu e Ue condannano le demolizioni di Israele

L’Unione europea ha esortato il governo di Israele a fermare le demolizioni in corso in quanto considerate un pericolo per una pace duratura tra i due Stati, quello israeliano e quello palestinese. «Demolizioni e sfratti forzati sono alcune tra le molteplici politiche che rappresentano un rischio di trasferimento forzato per tanti palestinesi in Cisgiordania», si legge nel comunicato che riporta le dichiarazioni dei funzionari Onu Jamie McGoldrick, Gwyn Lewis e James Heenan.

«Ci uniamo alla comunità internazionale nel chiedere a Israele di fermare i piani di demolizione per queste e altre strutture e di attuare politiche di pianificazione territoriale eque che consentano ai residenti palestinesi della Cisgiordania, compresa la zona di Gerusalemme Est, di soddisfare le proprie esigenze abitative e di sviluppo, in linea con gli obblighi previsti in quanto potenza occupante», conclude il comunicato stampa pubblicato sul sito dell’OchaOpt, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari nel Territorio Palestinese Occupato.

Palestina: perché Israele demolisce le case a Sur Bahir

Quella di Sur Bahir è una situazione comune a molte aree palestinesi. I residenti delle abitazioni demolite sostengono di aver ricevuto i regolari permessi di costruzione dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Documenti che, secondo la Corte suprema israeliana, non sarebbero validi perché troppo vicini alla barriera di separazione.

Il quartiere palestinese di Sur Bahir, che conta con una popolazione di circa 24 mila abitanti, è situato per la maggior parte all’interno dell’area comunale di Gerusalemme Est, con 4 mila dunum (circa 400 ettari) che ricadono nelle zone A, B e C secondo la classificazione territoriale e amministrativa sancita dagli Accordi di Oslo.

Con la costruzione del muro di separazione, iniziata nel 2002 da parte delle autorità israeliane per ragioni di “sicurezza nazionale”, alcune zone di Sur Bahir sono state di fatto incorporate nell’area comunale di Gerusalemme e fisicamente separate dal resto della Cisgiordania. Per questa ragione l’Anp non è in grado di accedere o fornire i servizi necessari alle aree A e B di Sur Bahir e i residenti sono costretti a chiedere i permessi di costruzione a Dar Salah, villaggio situato nel governatorato di Betlemme, dall’altro lato della barriera.

Geografia: la cartina di Israele e Palestina

Israele: storia delle demolizioni a Gerusalemme est

Dal 2009, stando a quanto riferito nel report dell’Ocha, le autorità israeliane hanno demolito 69 strutture a Sur Bahir col conseguente sfollamento di 30 famiglie, circa 400 persone la metà delle quali minori. La situazione è peggiorata nel 2011, quando è stata istituita con un ordine militare una zona cuscinetto dai 100 ai 300 metri, su entrambi i lati della barriera, nella quale è vietata la costruzione. Questa zona comprende circa 200 edifici, cento dei quali sarebbero stati costruiti in seguito all’emanazione dell’ordine militare del 2011. L’Alta Corte israeliana ha inoltre respinto, lo scorso giugno, la petizione presentata nel 2017 dai residenti di Sur Bahir per chiedere l’annullamento degli ordini di demolizione.

Il caso di Sur Bahir è importante perché potrebbe rappresentare un pericoloso precedente. Jeff Halper, antropologo israeliano di origine statunitense e cofondatore dell’Ichad, il Comitato israeliano contro la demolizione delle case, ha condannato aspramente la sentenza della Corte le cui implicazioni sarebbero gravi per il futuro dei palestinesi. «Israele potrà demolire centinaia, se non migliaia di case palestinesi costruite entro 250 metri dalla barriera lunga circa 750 kilometri. Dal 1967 Israele ha demolito quasi 60 mila abitazioni di palestinesi», ricorda Halper nel comunicato pubblicato dall’Ichad.

Dieci anni di demolizioni e sfollamenti in Cisgiordania

Dal 2009 a oggi sarebbero più di 9.500 le persone sfollate dalle forze di sicurezza israeliane, 6.131 le strutture abbattute, e quasi 100 mila le persone colpite secondo i dati riportati dall’Ocha. Le demolizioni riguardano per la maggior parte edifici residenziali o strutture adibite al sostentamento e alla fornitura di servizi.

La principale causa delle demolizioni è la mancanza di permessi di costruzione rilasciati dal governo israeliano nelle proprie aree di competenza (zona C), o la non validità di quelli rilasciati dall’Anp (relativi alle zone A e B), non conformi alle leggi israeliane. In alcune circostanze, sottolinea l’Ocha, le demolizioni possono avere uno scopo punitivo nei confronti dei residenti palestinesi o avvenire anche nell’ambito di esercitazioni o attività militari.

Israele e il muro di separazione

La Corte internazionale di giustizia (Icj) si era espressa già nel 2004 sulle consegue legali della costruzione del muro di separazione nel Territorio palestinese occupato, riconoscendo gli atti di violenza indiscriminata subiti dalla popolazione israeliana, ma invitando altresì Israele ad agire  sempre nel rispetto degli obblighi sanciti dal diritto internazionale. Posizione ribadita anche nella risoluzione Es-10/15, emanata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La maggior parte della barriera, o muro di separazione, si trova infatti in Cisgiordania e solo il 20 per cento di essa rispetta la Linea Verde di demarcazione tra Israele e i territori palestinesi decisa nel 1949 con gli accordi di armistizio arabo-israeliani. Negli anni, la costruzione del muro è servita per annettere de facto sia i territori nei quali sono sorti insediamenti israeliani, considerati illegali per il diritto internazionale, sia risorse naturali, tra cui principalmente sorgenti e corsi d’acqua.

 

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