Il governo libico vara un decreto che criminalizza le ONG che operano in area Sar, mentre fra tre giorni, senza un preciso intervento, assisteremo al rinnovo automatico dell’accordo Italia-Libia. Altri 50 milioni di euro l’anno finanzieranno i campi di detenzione al centro di documentate denunce di autorità internazionali e organizzazioni umanitarie

 

«È un dittatore, ma è il nostro dittatore» si diceva di Gheddafi. Il lavoro sporco, le democrazie, se tali vogliono restare almeno nella forma, lo devono appaltare.

Così, in Turchia, dove Erdogan riceve circa 6 miliardi dall’Europa per la ”gestione dei profughi”. Salvo poi minacciare: «vi manderemo 3 milioni di migranti, se ostacolerà le nostre operazioni» in Kurdistan (dichiarazione del 10 ottobre scorso).

Ma la Libia? La Libia non è diversa eppure, al tempo stesso, lo è. Non c’è un uomo forte al comando (blanda consolazione immorale), ma una serie di bande parastatali e un quasi-Stato che per molti versi ha il profilo di un anti-Stato.

Così, quando Emma Bonino dichiara (a Repubblica) che la proroga dell’accordo Italia-Libia ha tutte le caratteristiche di un patto Stato-mafia non sbaglia.

Il 3 novembre, salvo interventi in extremis, assisteremo al rinnovo automatico del memorandum con la Libia, un patto siglato il 2 febbraio del 2017 dal governo Gentiloni con il supporto economico dell’Europa e riconfermato lo scorso anno dal governo giallo-verde.

La linea di faglia della continuità supererà quella del cambiamento? L’automatismo del rinnovo segnerà il passo del definitivo disimpegno morale sulla questione dei rifugiati e delle migliaia di persone detenute nei campi libici?

Lecito chiedersi – se ne ha una – qual è la posizione dell ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che molti dicono troppo impegnato a leccarsi le ferite elettorali in Umbria, a fronteggiare il dissenso interno e totalmente disimpegnato su una questione che riguarda esteri e non solo Interni.

 

Thumbnail Libia Entri Detenzione
Lager libico

 

Due i nodi cruciali, drammatici dell’accordo.

Primo,diretto: i campi di detenzione in Libia, finanziati dal nostro Paese, formalmente condanati dall’UE, e al centro di decine di denunce per abusi, maltrattamenti e financo torture.

Secondo, indiretto: le Ong, al di là delle dichiarazioni di facciata, sono una spina nel fianco di tutti i governi: il caso Ocean Viking lo dimostra. Così, per togliere le castgne dal fuoco è intervenuto proprio alla vigilia del rinnovo il (non) Governo Serraj che vuol disporre il sequestro e l’accompagnamento nel porto libico più vicino per le imbarcazioni non preventivamente autorizzate. In sostanza: sarà impossibile operare per le ONG.

Fra tre giorni, l’Italia potrebbe dunque staccare un nuovo assegno da 50 milioni di euro all’anno, aggiungendo denaro ai 328 milioni che dal 2016 l’Europa destina per sostenere il finanziamento dei centri di detenzione.

Un’Europa che formalmente predica le frontiere aperte, ma poi esternalizza il lavoro sporco. Solo che, stavolta, quel lavoro sporco (per l’Ue) lo facciamo noi. Possiamo davvero tollerarlo?

 

Marco Dotti, www.vita.it