Tu sei un prete e dell’identità del prete si è molto discusso specialmente negli anni successivi al Vaticano II. A questa discussione anche tu hai partecipato. Ricordo come tra la metà degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, quando predica gli esercizi spirituali ai preti, tu dessi risalto al fatto che l’identità del prete consistesse soprattutto nel suo essere annunciatore della Parola. Del resto tu stesso sei stato e sei conosciuto prima di tutto come predicatore, cioè come annunciatore della Parola, come suo commentatore pubblico. Però non sei stato soltanto questo, e nella tua vita ti sei assunto molti altri compiti che hai espletato sia attraverso la parola scritta sia attraverso la parola parlata. Vorrei, allora, approfondire questo aspetto: che rapporto c’è oggi fra questo tuo essere annunciatore della Parola e il resto degli impegni, dei quali continuamente ti sobbarchi?

 

Dovrei adottare il criterio che – mi pare – ho adottato anche anni fa nei corsi di esercizi che tenevo in quel tempo ai sacerdoti; io do per scontato il dissolvimento progressivo dell’identità tradizionale del prete a vantaggio di una nuova identità soggiacente a quella storica e che è iscritta nello statuto evangelico.

Essa consiste nell’essere a disposizione del popolo di Dio, nell’essere al servizio di un cammino comune, improntato essenzialmente alla profezia evangelica. Io ho sposato la posizione teologica di chi ha visto nel Concilio un trapasso da una concezione del prete come uomo del sacro, che ha il momento specifico nel culto, a una concezione del prete che ha il suo momento specifico nell’annuncio della Parola. E quindi ho trovato legittimata nel Concilio una intuizione da cui anche prima mi lasciavo confusamente governare, quella cioè che il senso della mia esistenza risiedeva nel mio rapporto di servizio con gli altri, nel servire l’uomo nelle forme concrete in cui egli mi si avvicina, nella sua esigenza di crescita.

Stabilito questo, è chiaro che ho accelerato anche la dissociazione fra il modulo sacrale del prete e il modulo evangelico, che oggi va mediato da una secolarizzazione necessaria come modo di autenticità storica. A tal fine ho riposto – questo appare anche da una considerazione di superficie della mia esistenza – il mio momento essenziale, quasi definente, nel rapporto con la Parola di Dio e col suo annuncio. E dato che questa parola, per quanto ho detto prima, non può essere ristretta in una comprensione di tipo sacrale, intimistico, ma è parola profetica, proprio per la naturale dilatazione di questa identità mi sono sobbarcato mille altri impegni, il cui senso sia di crescita umana, secondo le determinazioni specifiche che mi erano imposte o proposte dall’ambiente della mia vita.

Se avessi dovuto assecondare certi moti interni dello spirito, avrei dovuto magari lasciare il mio mondo, andarmene in Sud America.

Ma ho sempre rifuggito le scelte di significato eroico, convinto che negli spazi in cui si vive ci sono innumerevoli possibilità concrete, oggettive, di esplicare questo progetto di esistenza qualificata dal servizio all’uomo.

 

tratto da Balducci E.,”Il cerchio che si chiude”, intervista autobiografica a cura di L. Martini, Casale Monferrato, ed. Piemme, 2000, pag. 18-19.