ANNO A, 14 giugno 2020, CORPO E SANGUE DI CRISTO; Dt 8,2-3.14b-16; Sal 147 1; Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

 

Le letture di oggi ruotano  attorno ad un unica parola “nutrimento”.

Il nutrimento (inteso come cibo) è ciò che ci fa vivere fisicamente. Il nutrimento (inteso come ricerca di verità) è ciò che ci fa vivere in sintonia con Dio. Sono ambedue importanti. E sono inscindibili…

Nella prima lettura si parla della manna. Un pane del deserto che permise a quegli uomini stanchi, sfiduciati e affamati  di sopravvivere, di proseguire il cammino , di riacquistare forza e speranza.

E’ un pane che risponde a un bene primario dell’umanità: la sopravvivenza fisica. E’ dunque un pane costitutivo della vita stessa.

Per questo non si può parlare di spirito/fede a un uomo affamato. A un uomo disperato. La salvezza infatti è per “tutto” l’uomo o non è. Chi lo ignora cade in una religiosità d’evasione, egoista e meramente consolatoria.

Ricordiamo che per un tale atteggiamento il cristianesimo si è perso, ad esempio, il mondo operaio che gli ha preferito un ateismo che risultò attento ai suoi bisogni di riscatto e di pane.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù si paragona al pane. Invita tutti a nutrirsi del suo corpo suscitando (come sempre) sgomento nei suoi ascoltatori che sussurrano fra loro “come può darci il suo corpo da mangiare?” Era ovviamente una cosa non credibile, se presa alla lettera.

Cosa voleva dire allora “mangiate il mio corpo”? Era un linguaggio simbolico o la proclamazione di un qualche miracolo?

Bisogna ricordare sempre che gli evangelisti utilizzavano un linguaggio simbolico, tipicamente biblico, quando volevano esprimere qualcosa che trascendeva la semplice esperienza umana! Evocavano immagini per comunicare ciò che il semplice/quotidiano linguaggio stentava ad esprimere…

Ad esempio un pittore descrive emozioni e pensieri col colore, l’immagine, la simbologia… “Il cielo d’oro” dipinto dal Cimabue, è un esempio della trasformazione della realtà per renderla veicolo di un messaggio indescrivibile: il cielo (in senso religioso) è altro dalla terra! Ma nessuno ha mai creduto che un cielo d’oro fosse reale!

Per comprendere meglio prendiamo il versetto 57: “Il padre è la vita: io sono stato mandato da lui e ho la vita grazie a lui; così chi “mangia me” avrà la vita grazie a me.”

“Mangiare” Gesù, nel linguaggio simbolico di Giovanni non è un fatto di “masticazione”, ma di accoglienza di Gesù nella nostra vita. Significa diventare consapevoli che Dio ci “nutre” mediante la testimonianza di Gesù.

Egli è per noi il pane, la manna del nostro cammino.

L’esegeta cattolico Doufur scrive “Queste parole di Giovanni vengono utilizzate spesso per affermare il realismo della presenza eucaristica. Ma per l’evangelista non si tratta affatto della realtà “fisica” di sangue e carne, ma del figlio dell’uomo che bisogna “mangiare”, cioè accogliere nella fede… bisogna entrare nella simbologia giovannea di “nutrimento”.

Qual è la caratteristica di ogni cibo che mangiamo? Esso si trasforma in qualcosa che ci dà vita, Diventa parte concreta della nostra carne. Non c’è più differenza fra noi e lui. Dunque, simbolicamente il pane/corpo di Gesù dovrebbe essere accolto  così, come un cibo che si trasforma in noi. Dovremmo diventare tutt’uno con lui.

Il rischio di un’altra lettura (favorita da molta teologia passata e presente), spiritualista e miracolistica, porta a scambiare per fede, il ritualismo.

Si è tentati di fare dell’eucarestia un fatto privato, devozionale. Si è tentati di sacralizzarla trasformandola in qualcosa di dis-umano/fuori dall’ umano.

“Lo spezzare il pane” come gesto fondamentale dell’amore e della convivialità, predicato dal vangelo, viene così  profondamente tradito.

E’ dunque importante comprendere che il vero miracolo non è compiuto da parole e formule magiche, che cambiano la “sostanza” del pane, ma dall’amore di Dio che  cambia la “sostanza” della nostra vita.

Non a caso Gesù ha scelto il pane come simbolo di condivisione: esso infatti è la sintesi perfetta e universale di vita e solidarietà per ogni  uomo in ogni tempo. E’ il simbolo dell’agape  e cioè dell’ amore fraterno concreto, disinteressato, smisurato.

 

don Paolo Zambaldi