La parola “critica” (criticare, crisi), etimologicamente deriva dal verbo greco “crino” che significa, giudicare/separare/distinguere, e dal verbo latino “cerno”, che significa discernere.   
Chi poi ha una qualche dimestichezza con la storia della filosofia, ricorda bene “la critica della ragion pura” di Kant opera in cui l’autore usava la parola proprio in quell’accezione, cioè il “sottoporre a giudizio la ragione umana (analizzandone separatamente le capacità), per stabilire la possibilità o meno della metafisica come scienza”. Innanzi tutto dunque “criticare” significa “separare” il possibile dall’impossibile , il vero dal falso, il bene dal male.

 

Perchè  amo l’etimologia delle parole? Perchè  spesso/sempre svela significati perduti. Perduti perché lo sono i valori che esse esprimevano un tempo. La parola infatti è ciò che esplicita l’anima dell’uomo più di ogni cosa, la parola è proiezione di intelligenza, di saggezza, di cultura, di spiritualità. 
In questi tempi “barbari”, infatti , si nota sempre più una banalizzazione del linguaggio, una povertà espressiva che tradisce senz’ombra di dubbio una incapacità di riflessione e di elaborazione di un pensiero complesso.

 

La parola “critica” ha subito dunque anch’essa una dura sconfitta. Ormai la si intende solo negativamente. 

 

Criticare è infatti per i più,  “disturbare”, “gufare”, ”esagerare”, fare “i professoroni”, “attentare alla felicità altrui”. La tecnologia, con le sue deprimenti semplificazioni, ha dato il suo contributo in negativo, ma non ha tutte le colpe. In realtà l’ignoranza  e il pensiero unico che esprime, sono funzionali a un sistema politicamente antidemocratico ed economicamente liberista/consumista. E perciò sono incoraggiate.

 

Perché il pensiero acritico è apprezzato dal potere? Perché un cittadino informato, capace appunto di distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, la verità dall’ipocrisia è un cittadino “fastidioso” “pericoloso”, che si oppone, che si difende, che non consuma, che esige rispetto dei propri diritti. Potrebbe persino scardinare l’ordine costituito, i dogmi indiscutibili, il privilegio di casta o  il semplice “quieto vivere”, ingiusto, ma rassicurante.

 

Chi critica oggi (e non solo oggi) infatti si espone a rischi. Rischi anche gravi.
Innanzitutto viene emarginato tout court. Viene classificato come un disturbatore della quiete pubblica. 
Invece di contestare apertamente le sue posizioni lo si aggredisce subdolamente, non gli si permette una difesa. E quanto più la sua critica è fondata tanto più la reazione è forte, fino a raggiungere una vera e propria persecuzione.

 

Ciò è vero nella scuola che dovrebbe essere il luogo preposto al crescere facendosi domande sul passato e sul presente, sul senso del vivere e del vivere politicamente, sulla verità, su giudizi e pregiudizi. In realtà viene premiato il “ripetitore passivo” di contenuti socialmente accettati, intellettualmente piatti e graditi al potere…L’alunno che fa domande scomode, che si pone in modo “alternativo”, che legge e si informa e contesta, non è amato nè tantomeno premiato.

 

Ciò è vero in famiglia. Luogo privilegiato per una discussione sincera sugli orizzonti di senso. Luogo in cui si dovrebbe poter dire tutto ciò che si pensa, in un confronto aperto e stimolante capace di “decostruire” luoghi comuni, perbenismi, ideologie. In realtà spesso i genitori difendono a oltranza le loro posizioni (quando va bene), oppure ignorano ogni richiesta di chiarimento/discussione per paura di un conflitto che non vogliono affrontare. Sì il conflitto, che pure come dicono tutti gli psicologi è necessario per crescere, è una bestia nera! Meglio un falso accordo che un’inquietante verità, meglio glissare che mettersi in questione, meglio eludere i problemi che affrontarli con coraggio.

 

Ciò è vero nella Chiesa. Pur avendo davanti l’esempio di Gesù che con la sua vita e la sua Parola ha sgretolato ogni atteggiamento dogmatico, essa persiste in un fare inquisitorio. 
O tutti d’accordo o niente. 
Anch’ essa interpreta il “criticare” come un delitto di lesa maestà, e non come il bisogno di comprendere meglio, di separare ciò che è Parola di Dio da comportamenti frutto di ambiti storici e politici passati, di distinguere tra fede e superstizione, tra sequela e devozioni, tra dogmi e verità, tra miracoli e miracolismi… Perciò si esibisce in processi autoritari in cui i “colpevoli” sono privati persino del diritto di difendersi, in esclusioni  dunque dolorose, in pretese unitarie ormai fuori dal tempo.
Dimenticando che il non essere d’accordo non vuol dire non amare.

 

Esiste a ben vedere dunque una relazione forte e inscindibile tra “critica e democrazia”. La democrazia dovrebbe dare la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero. Ma per avere un “pensiero”, bisogna poter esercitare la propria capacità critica: separare, discernere, giudicare.
Anche a costo di scontentare molti. 
Essere critici infatti non è essere” criticoni”. Non è essere “quelli a cui non va mai bene niente”, “quelli che sono sempre “arcigni”… Comporta impegno, rispetto della verità, capacità di sopportare il conflitto, onestà intellettuale e coerenza  di vita. 

 

Il condizionale è d’obbligo. Perché la realtà come ho già detto è molto deludente in tutti gli ambiti esistenziali: scuola, famiglia, Chiesa, società. 

 

E, non a caso, in tutti questi ambiti oggi si parla di crisi.

 

Ma etimologicamente, anche la parola “crisi”, deriva dal verbo crino/criticare. Quindi anch’essa perde il suo portato esclusivamente negativo.

 

Io credo infatti, che la “crisi” , che è ormai trasversale a tutte le istituzioni, sia davvero un’opportunità. La crisi, come la critica, fa esplodere le contraddizioni, svela le ipocrisie, separa la verità dall’impostura. La crisi ci fa sbattere contro le nostre colpe, le nostre cecità, travolge le nostre sicurezze. La crisi purifica e fa ripartire con maggior consapevolezza.

 

Non auspico tempi di sofferenza per nessuno. Ma spero che dalle ceneri di questo mondo che presto si troverà di fronte a una resa dei conti (ecologica, economica, politica, religiosa) sappia risorgere unUomo  adulto e sapiente, un Uomo accogliente, un Uomo che sappia usare il  meraviglioso dono del pensiero “critico”, del discernimento. 

don Paolo Zambaldi