92 anni, di origine catalana (era nato a Balsareny, nel 1928), ma innamoratosi del Brasile e dei popoli dell’Amazzonia al punto di farne la sua patria e la sua ragione di vita, è morto il 7 agosto a San Paolo, dove era stato trasportato e ricoverato d’urgenza a causa di gravi complicazioni respiratorie il vescovo Pedro Casaldáliga, profeta dell’Amazzonia, da anni minato dal morbo che lui chiamava “fratello Parkinson”.

Figlio di contadini, entrò nella Congregazione dei Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria (missionari claretiani) nel 1943. Fu ordinato prete a Montjuïc, Barcellona, il 31 maggio 1952. Nel 1968 si trasferì in Amazzonia, Brasile, dove è rimasto per 52 anni, fino alla morte. Nominato amministratore apostolico della prelatura territoriale di São Félix do Araguaia, nel Mato Grosso, il 27 aprile 1970 da papa Paolo VI, divenne primo prelato di São Félix il 27 agosto 1971, e fu consacrato vescovo il 23 ottobre di quell’anno.

Il titolo della sua prima lettera pastorale riflette il tono del suo intero ministero episcopale e della sua carriera: “Una Chiesa in Amazzonia in conflitto con i latifondi e l’emarginazione sociale”. Scrittore e poeta, è stato uno dei principali e più significativi esponenti della liberazione latinoamericana.

Sin dall’inizio del suo ministero episcopale, ha preso posizione in difesa della causa dei popoli del Nicaragua, di Cuba, del Guatemala. Ha scritto lettere pastorali per denunciare l’ingiustizia, solidarizzare con i lavoratori, opporsi alle logiche disumane del capitalismo e del latifondo, predicando in maniera instancabile il cambiamento  del sistema economico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Malgrado vivesse nella remota São Felix do Araguaia, con spesso difficoltà di comunicazione, contribuì in maniera decisiva ad articolare e fondare il Consiglio indigenista missionario (Cimi), in seno alla Cnbb (la Conferenza episcopale brasiliana) per difendere i popoli indigeni e, poi, la Commissione pastorale della terra (Cpt), come servizio ecumenico dei cristiani in appoggio all’organizzazione dei contadini brasiliani. Ha sempre vissuto in maniera povera tra i poveri; malgrado la sua lunga convivenza il morbo di Parkison, ha sempre rifiutato di trasferirsi in altri luoghi che non fossero la sua São Félix, per avere una migliore assistenza sanitaria e maggiori comodità. Ha avuto il coraggio di scrivere e parlare (spesso in solitudine o con il sostegno di pochi altri vescovi) in dissenso dalla teologia e dalle scelte pastorali del papa e del Vaticano, soprattutto sotto Giovanni Paolo II, quando le ritenne lontane dalle aspirazioni e dalle istanze dei popoli indigeni e oppressi.

Fu amico e sostenitore del Movimento dei Senza terra, con il quale condivise le lotte e le occupazioni delle terre.

Osteggiato dal Vaticano, specie sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, durante il quale venne sistematicamente avversata ogni personalità e ogni scelta pastorale ritenuta vicina alla teologia della Liberazione, la sua rinuncia al ministero episcopale per raggiunti limiti di età fu accettata il 2 febbraio 2005. Anche dopo quella data, don Pedro ha continuato però a scrivere e a testimoniare radicalmente il Vangelo e l’urgenza della trasformazione radicale del sistema economico.

Così scriveva in una lettera circolare del 2007: «Con arrogante prepotenza Pilato domanda a Gesù che cos’è la verità, ma non aspetta la risposta e lo consegna alla morte lavandosene le mani. Maxence van der Meersch risponde a Pilato e risponde a tutti noi: “la verità, Pilato, è stare dalla parte dei poveri”. La religione e la politica devono accogliere questa risposta fino alle ultime conseguenze. La vita intera di Gesù è questa stessa risposta. L’opzione per i poveri definisce tutta la politica e tutta la religione. Prima era “fuori della Chiesa non c’è salvezza”; poi, “fuori dal mondo non c’è salvezza”. Jon Sobrino ci ricorda, una volta ancora, che “fuori dai poveri non c’è salvezza”».

Quando compì 80 anni, gli amici vollero festeggiarlo con un libro che non parlasse solo di lui, ma anche delle molte cause che hanno segnato la sua esistenza: “Pedro Casaldáliga: le cause che danno senso alla sua vita. Ritratto di una personalità” (edito da Nueva Utopía). Un’opera corale, con i contributi, tra i tanti, di p. Miguel D’Escoto, ex ministro degli Esteri sandinista negli anni ’80, il dirigente del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile, i vescovi José María Pires e Tomás Balduino, i teologi della Liberazione Ivone GebaraLeonardo BoffJosé María VigilJon SobrinoJ. Ignacio G. FausBenjamín ForcanoMarcelo BarrosPablo Richard.  A ciascuno fu affidata una riflessione su ognuna delle dieci cause per cui don Pedro ha speso tutta la sua esistenza: quelle della Patria Grande, della Terra, degli indigeni, dei neri, delle donne, dei poveri, del dialogo interreligioso, dei martiri, della Chiesa, di Dio, oltre che su ognuno degli aspetti costitutivi della sua personalità.

Nel 2013 uscì un film, Descalzo sobre la Tierra Roja che, tratto dall’omonimo libro di Françes Escribano del 2002, raccontava la vita di dom Pedro seguendo il filo rosso delle cause per cui si è sempre speso.

In occasione dei 90 anni di dom Pedro, Leonardo Boff scrisse: «Quando gli attuali tempi di stravolgimento saranno passati, quando i sospetti e le meschinità saranno stati divorati dalla voragine del tempo, quando ci volteremo indietro e valuteremo gli ultimi decenni del XXI secolo, identificheremo una stella nel cielo della nostra fede, splendente, dopo aver attraversato nubi, sopportato oscurità e superato tempeste: la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, si è fatto compatriota, lontano, si è fatto vicino, e si è fatto fratello di tutti, fratello universale: dom Pedro Casaldàliga, che compie oggi».