Il tema del perdono è quanto mai inattuale in un’epoca in cui l’odio, la violenza e la collera sembrano essere una risposta legittima alle difficoltà della vita. Quasi che odiare fosse un diritto. Un’arma per tacitare la paura. Per affermare i propri diritti.

Eppure è solo “perdonandoci” che ci salveremo .

Il perdono nasce da una percezione amorosa dell’altro, nasce come partecipazione e interesse per la sua vita. E’ la conseguenza di quello che dice oggi S.Paolo Nessuno di noi vive per se stesso e muore per se stesso…”

Noi viviamo per gli altri, con gli altri… la relazione è la chiave della felicità, è ciò che condiziona la nostra vita. Se l’odio prevale non c’è che separazione, infelicità, tempo sprecato.

Questo vale a livello individuale. Pensiamo ai fallimenti di coppia, alle insanabili liti tra fratelli, amici, conoscenti, vicini, figli… Quanto tempo sprecato, quanta vita sprecata…

Vale anche a livello sociale e politico dove l’odio, l’egoismo, l’interesse, inquinano e paralizzano ogni riforma produttiva, ogni dialogo, ogni rivendicazione di giustizia.

Il perdono è un tema fondamentale del messaggio evangelico. Anche se mai valorizzato abbastanza, anzi spesso ridotto a un vuoto buonismo, o a un ideale per pochi illusi.

Il perdono proposto e testimoniato da Gesù ha una caratteristica che spaventa: è senza limiti. Non fa distinguo di nessun genere. E’ l’espressione di un amore paziente, benigno, privo di invidia, umile, disinteressato, che non tiene conto del male ricevuto che “tutto crede, tutto spera, tutto  sopporta”(S.Paolo, nella prima lettera ai corinzi).

Pietro infatti, spaventato (come noi!) dalla proposta di Gesù, vuole quantificare.

“Quante volte? sette volte sette?” E’ tantissimo per lui reduce da una cultura dell’occhio per occhio/dente per dente…

“Quante volte”… L’uomo ha bisogno della regola. Ha paura del tutto e del sempre. ”Quante volte” ricorda tristemente la confessione (e spero che sia solo un ricordo!). “Quante volte” come se il numero determinasse la gravità del fatto, come se “vuotato il sacco” tutto fosse a posto.

Quella confessione era infatti il riflesso di una lettura giuridica del rapporto con Dio (colpa, confessione, pena = perdono). Una lettura consona al nostro bisogno infantile di rassicurazione.

Ma il perdono come Gesù (e Dio) lo intende,   è un approccio al mondo, un modo di stare al mondo. E’ un approccio amoroso senza limiti, senza esclusioni, senza giudizi.

Non possiamo tuttavia, non cogliere una contrapposizione/contraddizione che ci inquieta e ci interroga. Quella tra perdono e giustizia.

Dobbiamo perdonare l’assassino?

Lo sfruttatore, il politico disonesto, il ladro che affama i poveri?

Sarà Dio, che alla fine dei tempi, farà strage dei cattivi?

Spesso, come ho già detto, si è affidato a Dio il compito di giudice, commettendo due gravissimi errori:

Il primo è stato quello di ridurre la fede a un rifugio, a un’ alienazione, a un oppio che ha impedito qualsiasi reazione/rivendicazione…lasciando che l’ingiustizia prevalesse.

Il secondo è stato quello di applicare a Dio categorie umane talmente umilianti, che alla fine Egli ne è uscito privo di qualsiasi credibilità. Fare di Dio la proiezione dei nostri bisogni umani è senza dubbio una delle cause dell’atesimo e della perdita di significato delle religioni storiche .

Gesù, azzera queste visioni.

Egli pone il perdono alla base di ogni relazione.

Quanto? Sempre, per sempre…

E allora tutto è permesso?

Ognuno è responsabile di ciò che fa innanzitutto davanti alla sua coscienza. A lei deve rispondere in prima istanza.

Esiste poi la legge umana che, per quanto limitata, fa rispettare il diritto dei singoli…

E’ infine chiaro che la colpa esiste e rimane tale.

Ma noi come cristiani, nelle nostre relazioni, abbiamo scelto questa cosa forte, questo scandalo, che è il perdono senza condizioni.

Come ben ci insegnano le parabole evangeliche, Gesù vive immerso in questo perdono che include, senza eccezioni, ogni essere umano. Anche i suoi aguzzini… ”Perdona loro perché non sanno quello che fanno!”

E la lotta per la giustizia?

Le lotte si devono fare. La religione ha spesso confuso il perdono con la rassegnazione, ha anteposto l’amore di Dio all’amore per l’uomo, ha confuso la rivendicazione di diritti con la colpa, l’obbedienza con la virtù.

Ma le lotte devono essere sempre non-violente.

Le costituzioni democratiche (dove sono rispettate) ci concedono diritto di sciopero, di parola, di resistenza, di voto.

Naturalmente bisogna utilizzarli con un’assunzione di responsabilità (mi interessa il bene comune, mi occupo del mio vicino, della mia categoria, dei più poveri e dei più fragili, mi informo, prendo parte…)

Bisogna riappropriarsi della politica nel suo significato profondo che è come diceva don Milani “L’arte dell’uscirne insieme”. E’ un’utopia? No è una necessità se riflettiamo su quanti uomini e donne siano stati crocifissi dalla violenza, dall’odio, dalla guerra, dal razzismo, dalla povertà, dalla mancanza di diritti… dall’indifferenza!

Dunque il perdono non è buonismo, debolezza, illusione

E’ una forza capace di trasformare il mondo.

 

don Paolo Zambaldi