Gloria Napolitano, 17 anni, rappresentante della Consulta Provinciale degli studenti di Torino è un’attivista per i diritti sociali. Sta realizzando un documentario su sua nonna, Elena Foa Recanati, deportata ad Auschwitz

Ogni volta che esplodevamo in rivolta per ottenere i diritti fondamentali dell’uomo, consigliavano a noi, popolo nero, di essere pazienti, scriveva Angela Davis in “The Black Liberation Struggle”.

Così, pazienti, gli italiani hanno aspettato fino al 6 giugno per scendere in piazza indignati davanti all’uccisione brutale di George Floyd. Non si sono attivati così tanto la settimana prima, l’anno prima, quando bisognava stare accanto ai migranti stremati, sulle nostre coste e nelle nostre campagne. Abbiamo aspettato un segnale, piuttosto che fidarci dei nostri occhi e della violenza istituzionale alla quale abbiamo assistito in questi anni. In quanto italiana, non posso dirmi innocente.

Nascere a Torino, in una famiglia piccolo borghese, crescere tra le strade di San Salvario, l’educazione ebraica di mio padre e i negozi colorati nei quali accompagnavo mia madre camerunense mi hanno immersa in una bolla multietnica, immune dal lampante razzismo quotidiano mentre ero ancora troppo piccola ed ingenua per cogliere le microaggressioni. Ero daltonica: presto ho imparato che nel mondo i colori contano. Me lo dicevano i libri, i discorsi sull’autobus, le notizie dell’ennesimo sbarco. Un po’ mi spaventavano i discorsi sui migranti, ma in fondo io non avevo da preoccuparmi: mia madre ed i miei zii sono atterrati a Caselle, non a Lampedusa. Solo col tempo mi sono resa conto delle contraddizioni, di come il privilegio annebbi anche il punto di vista di chi fa parte di una minoranza. Che le ricorrenze e la memoria alla quale teniamo tanto non sono passato, ma passano, da una classe sociale oppressa all’altra.

Ottanta anni fa mia nonna Elena Foa Recanati veniva deportata ad Auschwitz in quanto ebrea, nel silenzio di chi non voleva vederlo, solo per tornare e vivere nel proprio silenzio, nella paura di non essere ascoltata. Di essere sola, con una storia che sarebbe morta con lei.

Quella paura mi ha spinto a cercarla e a provare a raccontarla con un documentario del regista Angelo Cretella perché sono convinta che la sua voce sia importante per capire che quello che sta succedendo oggi è il vissuto quotidiano di migliaia di persone, in tutto il mondo, ed in tutti i tempi. Tutti i giorni black lives matter . Per questo non posso accettare che questa lotta svanisca tra i trend dei social o diventi l’ennesima strategia di marketing: è oppressione razziale che subisco ogni giorno, che mia madre subisce ancora più di me perché la sua pelle è più scura della mia, perché in Italia mi urlano «tornatene al Paese tuo» e in Camerun sono una colonizzatrice. E forse lo sono, sono vittima e carnefice.

Però sono stanca di essere paziente.

 

di GLORIA NAPOLITANO, L’Espresso,