Un’altra farsa si consuma: Jonathan Pollard (Arrestato nel 1985 e incarcerato nel 1987, venne accusato di spionaggio per conto di Israele durante il suo incarico come analista nel centro antiterrorismo della Marina Usa) sembra destinato a immigrare in Israele. Ha già ottenuto la cittadinanza israeliana mentre era in prigione, e ovviamente potrebbe trarne vantaggio, ma non facciamolo diventare un eroe nazionale, come vorrebbe fare la destra. Pollard non è né un eroe né un nazionalista. È una spia, un ebreo americano che ha tradito il suo paese, danneggiando sia la sua comunità che Israele.

Il Dipartimento della Difesa negli Stati Uniti lo ha trattato brutalmente; ma Israele non ha il diritto di lamentarsi. Il modo in cui tratta un altro uomo, un uomo con probabilmente più valori di Pollard, Mordechai Vanunu, è molto più crudele. Eppure, è già stata accesa una fiaccola sul monte Herzl nel Giorno dell’Indipendenza per il primo, mentre il martirio dell’altro a oggi ancora continua e quasi nessuno dice qualcosa in segno di protesta.

Non è giusto paragonarli. Nonostante gli sforzi dei media israeliani di chiamarlo con affetto ma meschinamente “la spia atomica”, Vanunu non era coinvolto nello spionaggio, ma ha pubblicato informazioni in suo possesso per esprimere la sua legittima ideologia antinucleare e antisionista. La campagna di vendetta contro di lui non era dovuta ad alcun danno alla sicurezza, che presumibilmente, ma dubbiamente, aveva causato, ma a radicali motivazioni politiche. Infatti, se qualche danno è stato fatto, è stato per la crudeltà nei suoi confronti perpetrata davanti al mondo intero. Questo è ciò che accadrà a una persona che cerca di sfidare le fondamenta dello Stato e rompe un totale silenzio pubblico imposto sulla questione nucleare.

Pollard ha detto di aver agito per motivazioni sioniste, ma sulla base dei rapporti pubblicati ha offerto i suoi servizi anche ad alcuni altri paesi, tra cui il regime segregazionista del Sud Africa, il Pakistan islamista e quella che allora era conosciuta come Cina Rossa. Era senza scrupoli. Le sue azioni erano per avidità di denaro, era una spia su commissione. I suoi supervisori israeliani, i principali responsabili del fallimento, non furono mai puniti, furono anche acclamati come eroi in Israele.

Non è difficile immaginare cosa succederà nell’attuale Israele se Pollard decide di immigrare: Una cerimonia ufficiale di benvenuto all’aeroporto, una copertura mediatica rumorosa e servile, alloggi gratuiti in una colonia, un ricevimento presso l’Ufficio del Primo Ministro, cittadinanza onoraria nell’irrequieto insediamento di Yitzhar in Cisgiordania, un’altra fiaccolata sul Monte Herzl e forse anche un Premio Israele alla carriera. Solo un monito da parte degli Stati Uniti può impedire che si consumino certe messinscene. Israele, che lo ha abbandonato e gli ha impedito di rifugiarsi nella sua ambasciata, lo compenserà ora consacrandolo come eroe e martire.

Vanunu, che merita molta più ammirazione per il suo coraggio, sacrificio e lotta determinata, non sarà mai glorificato dalla maggior parte della sinistra israeliana. Solo all’estero ottiene il rispetto che merita: Ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui il premio John Lennon per la pace. Vanunu vuole rompere i legami con Israele. Israele gli impedisce di lasciare il paese sulla base di false scuse che la Corte conferma puntualmente. Vanunu è il vero prigioniero di Sion dei due. Pollard, che ha presentato un appello all’Alta Corte di Giustizia per la riabilitazione, non la merita. Vanunu ha scontato una pena di 18 anni, di cui 11 in scandaloso isolamento, e Israele continua a trattenerlo. Lo ha persino rimandato in prigione per “aver parlato con gli stranieri” ed “essersi trasferito in un altro appartamento senza permesso”, oh, la democrazia.

La storia renderà giustizia e riparerà al torto. Vanunu sarà ricordato come un eroe precursore del suo tempo, Pollard non sarà affatto ricordato. Pollard merita una vita di libertà, ma Vanunu ancora di più. Per anni il sistema di sicurezza ha minacciato un’altra spia ideologica che è stata anch’essa perseguitata dal sistema, Marcus Klingberg, a cui è stato impedito di lasciare il paese in modo che la sicurezza dello Stato non fosse compromessa. Klingberg trascorse gli ultimi anni con sua figlia e suo nipote a Parigi, e non accadde nulla. Ora Pollard è libero. Buon per lui. Vanunu continuerà ad essere tenuto in ostaggio, e questa è una vergogna.

Di Gideon Levy – 21 novembre 2020

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Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato appena pubblicato da Verso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto

www.bocchescucite.org, domenica 22 novembre 2020